Decreto Passigli- Che fare?

Vittorio Bertola vb a VITAMINIC.NET
Dom 19 Nov 2000 12:29:22 CET


On Sat, 18 Nov 2000 16:54:59 +0100, you wrote:

>-- compiere un veloce e informale sondaggio nelle due liste sul contenuto
>del decreto Passigli, per avere una idea di quanti di noi lo condividono e
>quanti no, e nel secondo caso se il dissenso sia tale da considerarlo
>inemendabile, oppure invece emendabile, e in questo ultimo caso
>richiendendo di indicare quali parti sono da emendare e come.

Io ho provato a stendere una "relazione" su tutto quello che a mio
parere non va nel documento. I commenti sono benvenuti.

Per prima cosa, e' importante notare come l'impostazione della
proposta di legge italiana, a differenza di quella americana e
dell'orientamento prevalente a livello internazionale, tenda non a
punire un comportamento riprovevole (quello di registrare domini per
pura speculazione) ma a stabilire a priori che per ogni dominio
esistono dei "titolari" che hanno diritto sempre e comunque al
possesso del dominio, e anzi chiunque altro lo registri puo' in
qualunque momento essere privato del dominio e costretto a pagare una
multa. Questa impostazione, pur essendo la piu' naturale per chi si
avvicini all'argomento, non puo' funzionare per le seguenti ragioni.

Innanzi tutto, data una parola esistono solitamente molti possibili
titolari: lo stesso marchio puo' essere registrato da aziende diverse
in settori diversi, lo stesso nome e cognome puo' essere condiviso da
piu' persone, e cosi' via, quando poi per una stessa parola non
esistano conflitti tra marchi, nomi geografici e cognomi (es.
"Ferrari" o "Venezia"). Persino i piu' accaniti sostenitori della
teoria secondo cui i domini debbano innanzi tutto corrispondere ai
marchi registrati riconoscono l'impossibilita' di stabilire per ogni
dominio una entita' che ne abbia "piu' diritto" degli altri e per cui
quindi quel dominio vada riservato a priori.

Bisogna poi considerare che, specialmente in ambito commerciale, alla
scelta del dominio segue un forte investimento in termini di
marketing, e la perdita del dominio rappresenta quindi una enorme
perdita economica. Analogamente, per associazioni no-profit o
individui che non dispongono di mezzi economici per promuovere il
proprio indirizzo, e' molto difficile informare la collettivita' di un
cambio di indirizzo, per cui la perdita del dominio equivale di fatto
all'azzeramento delle attivita' online. Per queste ragioni, la
cancellazione di una registrazione dovrebbe avvenire solo in casi di
comprovata mala fede, per non creare una situazione di potenziale caos
che andrebbe a danneggiare chiunque crei un sito Web e a limitare
potenzialmente la sicurezza degli investimenti e la possibilita' di
espressione.

Inoltre, chiunque voglia registrare un dominio deve dichiarare
"l'insussistenza di preclusioni" ai sensi dell'art.2 comma 2, ed e'
quindi obbligato a conoscere tutti i nomi propri, marchi, nomi di
associazioni, nomi di genere e nomi geografici mondiali (giacche'
l'art.1 comma 1 lettera c non limita il vincolo alle localita'
italiane) ed accertarsi preventivamente che il nome desiderato non sia
"uguale o simile a" essi, operazione di fatto impossibile. Oltretutto,
e' molto difficile trovare un insieme di lettere in italiano che non
sia "uguale o simile a" un cognome, un marchio registrato o un nome di
genere, e inoltre, un errore in questa operazione verrebbe punito con
almeno 30.000 euro di multa. Di fatto, il 90% delle registrazioni
sarebbe soggetto alla spada di Damocle che si presenti dopo qualche
mese qualcuno con un cognome o marchio simile che reclami il dominio,
situazione che anzi potrebbe legalizzare (unici al mondo) il
"cybersquatting inverso", ossia qualcuno che chiede dei soldi per non
reclamare il dominio su cui potrebbe forse vantare una titolarita'.

Per queste ragioni, la legislazione negli altri paesi tende ad essere
molto piu' leggera, ossia non a vietare a priori l'uso di determinati
nomi, ma a punire i casi in cui il dominio sia registrato con il solo
scopo di speculazione su una rivendita a un potenziale "titolare"; e'
altamente opportuno che anche il DDL adotti questo approccio. In altre
parole bisognerebbe sancire che il principio base della registrazione
dei domini, come gia' avviene per i marchi, e' il "first come, first
served" (chi prima arriva ha diritto al nome) salvo casi di
riconosciuta mala fede. Va inoltre notato che da alcuni mesi esistono
gia', sia a livello nazionale (NA italiana), sia a livello
internazionale (ICANN), delle linee guida per stabilire quali siano i
casi di mala fede in cui procedere alla cancellazione e delle
procedure per richiederla; parrebbe opportuno che l'Italia si adegui
quindi ai principi adottati dalla comunita' internazionale, anziche'
adottare un approccio tutto proprio.

A margine di questa obiezione fondamentale si possono registrare altre
osservazioni:

* L'art.1 comma 1 affida un ruolo centrale al "titolare" degli oggetti
definiti nelle successive lettere, ma in molti casi non e' chiaro chi
sia: se e' chiaro chi sia il titolare di un marchio registrato o di un
nome di persona, chi e' il titolare di un nome di genere o di un nome
geografico?

* Le parole "simili a" nell'art.1 comma 1 (e' vietato registrare
domini "simili a" persone fisiche, marchi...) sono potenzialmente
limitative della liberta' di espressione. Potrebbe implicare che per
registrare "fiatfaschifo.it" o anche solo "clientifiat.it", con cui
esporre il proprio punto di vista di consumatore insoddisfatto, si
deve avere il permesso della FIAT. La limitazione dell'uso di "nomi
simili" dovrebbe essere limitata ai casi in cui vi sia un voluto
tentativo di confondere l'utente o di concorrere slealmente, ad
esempio presentando un sito o un servizio simile nell'apparenza o
negli scopi a quello del nome "imitato". Va comunque rilevato che la
concorrenza sleale e' gia' contemplata dall'ordinamento italiano,
ragione per cui non si vede motivo di introdurre limitazioni ulteriori
correlate all'uso di "nomi simili".

* Necessariamente, le indicazioni del DDL - e in particolare le
definizioni di nomi "protetti" contenute all'art.1 comma 1 - sono
generiche, in modo da non dipendere dalla tecnologia. Tuttavia,
proprio per questo motivo esse lasciano un ampio margine di
discrezionalita' a chi si trovera' ad applicarle, ossia, secondo il
DDL, allo IAT del CNR. Sebbene questo istituto abbia finora
egregiamente effettuato la gestione pratica delle registrazioni, va
notato come esso non contenga al proprio interno alcuna rappresentanza
ne' dell'utenza ne' delle categorie di settore, ma sia semplicemente
un centro di ricerca statale. Al contrario, sia a livello
internazionale che (per quanto parzialmente) nazionale, la tendenza e'
quella di affidare il compito di stendere le regole attuative ed
adeguarle ai mutamenti del settore ad organismi che prevedessero una
rappresentanza democratica di tutte le componenti della comunita'
Internet. ICANN, in particolare, ha un consiglio dirigente in cui
meta' delle persone sono elette da rappresentanti dell'industria e
l'altra meta' sono elette dall'utenza in generale (si e' tenuta da
poche settimane la prima elezione mondiale online per queste cariche).
Questo modello garantisce che le persone che prenderanno decisioni
cosi' vitali per il settore siano elette democraticamente ed
ampiamente rappresentative, ed evita di affidare queste
responsabilita' ad organismi non elettivi e direttamente e totalmente
controllati dallo Stato, nello spirito della "legislazione leggera".
Il DDL dovrebbe quindi affidare la stesura delle norme attuative ad un
organismo di questo tipo, contenente una rappresentanza paritaria
dell'industria e dell'utenza piu' un canale di consultazione
istituzionale con il Governo, secondo il modello internazionale di
ICANN - organismo che potrebbe divenire un importante anello di
congiunzione tra il settore e il Governo qualora si voglia intervenire
su altri pressanti temi (ad esempio la responsabilita' dei provider
sui contenuti generati dai propri utenti).

* Non viene fatta alcuna differenza tra il dominio "istituzionale"
dell'Italia, .it, e i gTLD, specialmente quelli "specifici" appena
approvati da ICANN. Ad esempio si prenda l'appena creato dominio
.name, destinato solo ed esclusivamente ai siti individuali. E'
evidente che al suo interno ferrari.name non puo' essere riservato
alla Ferrari, ma devono avere la precedenza i vari signor Ferrari;
cosi' venezia.name spetta a coloro che hanno Venezia come cognome, e
non puo' essere considerato come nome riservato geografico. Il DDL, di
fatto, impedirebbe potenzialmente ad un ipotetico signor Marco Venezia
di registrare marco.venezia.name, nonostante questo dominio sia appena
stato creato a livello internazionale proprio con lo scopo di fornire
uno spazio riservato agli individui. Dovrebbe quindi essere prevista
la possibilita' di variare i tipi di nomi "protetti" in funzione del
dominio di primo livello interessato, delegando il dettaglio delle
regole all'organismo democratico di cui sopra.

* Ad ogni modo, non e' ben chiaro quale possa essere l'effettivo
impatto dell'intervento su domini gestiti da entita' non italiane: per
quanto sia apprezzabile l'intento, si arriverebbe alla situazione
paradossale per cui il cittadino italiano che effettui registrazioni
speculative in un dominio internazionale venga multato dalla legge
italiana, ma la registrazione non venga cancellata - senza contare il
potenziale problema di relazioni internazionali sollevato da una
iniziativa unilaterale del Governo italiano riguardante le
registrazioni nei registri di altre nazioni europee. Forse il Governo
dovrebbe intervenire piuttosto per sostenere il peso italiano - che,
nonostante gli sforzi di alcuni gruppi, rimane molto limitato -
all'interno di organismi come ICANN.

* Anche il comma 4 dell'art.2 si presta a interpretazioni piuttosto
controverse: non e' chiaro come si possa definire la "utilizzazione"
effettiva di un dominio Internet. In generale, l'uso che viene fatto
del dominio registrato e' un elemento del giudizio che viene preso in
sede di arbitrato, ma non e' un criterio assoluto. Non e' possibile
definire univocamente un livello accettabile di uso del dominio,
giacche' sono possibili usi perfettamente legittimi anche senza la
creazione di un sito vero e proprio: ad esempio molti domini sono
utilizzati solo per indirizzi di posta elettronica, o solo come
redirettori ad un altro dominio. Si pensi ad esempio alla ditta "Rossi
& Bianchi", il cui dominio principale e' magari rossibianchi.it, ma
che probabilmente registrera' anche rossi-bianchi.it e
rossiebianchi.it, utilizzandoli semplicemente come nomi alternativi
per il proprio dominio effettivamente usato.

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Vittorio Bertola     <vb a vitaminic.net>    Ph. +39 011 23381220
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