Nomi a dominio e marchi.

Griffini Giorgio grunz a TIN.IT
Mar 24 Ott 2000 00:20:04 CEST


Rispondo a F.Pennisi:
> Forse non mi sono espresso bene.
> io non sostengo che in toto un dominio debba essere considerato come un
> marchio.
> intendo dire che il titolare di un marchio ha diritto di tutelarlo anche in
> quella sede.
Certo, ma i principi che dovrebbero guidare tale tipo di tutela non dovrebbero
essere la mera applicazione di leggi tradizionali di tutela dei marchi
tradizionali ma piuttosto il principio della 'buona/mala fede" come enunciato
da WIPO.
Tra l'altro una discussione giudiziale fatta solo nell'ottica ed in analogia del
'marchio' comporta anche una serie di problemi al contorno che derivano
dagli aspetti di visibilita' globale di un nome a dominio e del suo ambito
multigiurisdizionale che non sono correntemente coperti specificatamente
sopratutto dal punto di vista della definizione tecnica.
Come forse ho gia' espresso a qualcun'altro non saprei ad esempio come
potrebbe essere ragionevolmente considerato l'ambito del 'preuso'  nel caso
in cui, per esempio, un neozelandese abbia acceduto ad una pagina Web il
cui sito e' in Italia visto che i dati relativi hanno attraversato i router di
(letteralmente) mezzo mondo.

> Infatti internet ormai ha una portata commerciale molto importante; non è
> più un luogo virtuale riservato a pochi addetti con interessi strettamente
> collegati alle tecnologie.
> Quindi fermo restando il diritto del titolare del marchio di registrarsi un
> diverso domain name mi sembra chiaro che un terzo non possa registrare quel
> dominio per esercitarci attività similare.
> nel caso la mala fede sarebbe evidente.

Il principio della "buona/mala fede" e' gia' particolarmente efficace nel caso
citato. Peraltro e' sicuramente vero che ci vorra' del tempo prima che un
giudice dia ragione a chi e' vittima di tale sopruso motivando la sentenza
non in funzione di analogie sulle normative sui marchi ma in funzione dei
principi internazionalmente accettati sull argomento.
Purtroppo tali principi dovrebbero essere efficaci anche , con esito opposto,
in casi come ad esempio quello ormai famigerato caso 'metro' in cui una
organizzazione non-profit sulla rete da anni ha dovuto cedere alle pressioni
del gruppo Metro che pur di prendere possesso del nome a dominio ha
minacciato di ripetute battaglie legali la 'non-profit'  la quale, suo malgrado,
con l'ipotesi di dover sostenere costi e tempi non facilmente compatibili con
l'associazione ha dovuto desistere.
In questi casi il principio della "buona/mala fede" da' ragione alla 'non/profit'
perche' in ogni caso le azioni di 'reverse domain name hijacking' (come puo'
essere facilmente valutata quella perpetrata) sono altrettanto esecrabili
quanto il cybersquatting.

Cordiali Saluti
Giorgio Griffini



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