I: Richiesta di contatto. Grazie per l'attenzione prestatami . Iscrizione mailing list Erasmi.it . Mi scusi per l' eventuale involontario disturbo.

Avv. Simone Grisenti simone.grisenti a INWIND.IT
Ven 1 Feb 2002 14:15:42 CET


Scusate, inoltro la presente per una Vostra opinione sui contenuti e sulle
modalità della lettera.
Lungi dal voler censurare il collega (che ha comunque mantenuto toni di
cortesia) resta la mia curiosità se un meccanismo del genere sia "corretto":
io ti iscrivo, poi se vuoi ti cancelli.
Mi rendo conto che qui stiamo a spaccare il capello in quattro ( e di questo
mi scuso con tutti) ma si potrebnbe dire che un meccanismo simile sia
abbastanza equiparabile all'invio di spam e, comunque, comporta la noia non
richiesta di dover procedere alla cancellazione.
Aspetto un opionione e, nello scusarmi per l'inoltro forse non necessario,
auguro a tutti un buon lavoro.
Ciao.


Simone Grisenti
-----Messaggio originale-----
Da: Avv. Francesco Erasmi [mailto:erasmi a erasmi.it]
Inviato: venerdì 1 febbraio 2002 13.10
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Oggetto: Richiesta di contatto. Grazie per l'attenzione prestatami .
Iscrizione mailing list Erasmi.it . Mi scusi per l' eventuale involontario
disturbo.


Egregio Collega,
                      Avendo rilevato il Suo indirizzo  email dal sito
www.netjus.it , cui anche io sono iscritto, mi sono permesso di iscriverLa
nella  mailing list del mio sito www.erasmi.it, sperando che ciò non Le
rechi troppo disturbo.
Mi chiamo Francesco Erasmi, titolare appunto del sito www.erasmi.it , sono
nato a Viterbo l' 11.11.1944 ed esercito la professione di avvocato, con
studio in Terracina (LT) alla Via del porto 24, (Tf. 0773/702883 - Fax
0773/702706 - Cell. 3384051835), presso il Tribunale di Latina oltre
naturalmente le relative sedi distaccate di Terracina e Gaeta.
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"bussola" per orientarsi nelle intricate problematiche giuridiche e un
notiziario di quanto avviene nel "pianetagiustizia" : ma non è un semplice
amplificatore di monografie,  articoli e sentenze perché riserva ampio
spazio a commenti e problematiche specifiche ponendosi soprattutto quale
punto di osservazione e riflessione libero ed indipendente.
La mia mailing list, la cui partecipazione è a titolo completamente gratuito
ed anonimo, in quanto basta il solo indirizzo e-mail per iscriversi senza
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monografie e problemi fiscali, studi di contenuto socio-politico, reperiti
in rete o inviateci dai nostri prestigiosi collaboratori esterni, in modo
assolutamente apolitico.
Auspicando, però, che ne segua un proficuo dibattito e scambio di idee tra
le vari posizioni.
Sarò sempre aperto al dialogo e al confronto ed accetterò volentieri le
critiche dei miei amici e lettori: solo così riuscirò a realizzare quello
spazio virtuale che desidero offrirVi...
Tutto ciò, solo quale mera comunicazione ed informazione di scienza del
diritto, proposta e sollecitata, comunque, dall'attualità o da fatti di
cronaca o dall' interesse o dal clamore suscitato sia presso gli operatori
del diritto sia presso il grande pubblico.
Secondo l' articolo n. 1618 Par. 111 deliberato al 105° congresso USA,
questi invii non possono essere considerati SPAM poiché includono la
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Le chiedo comunque scusa per il disturbo e il disagio eventualmente
causatoLe e nel contempo Le chiedo gentilmente di "seguirci" e pazientare
almeno per 21 giorni in modo che abbia la possibilità di valutare il
servizio offertoLe, dopodiché qualora decidesse di non godere più di tale
opportunità, sarà mia cura, su Sua semplice richiesta , provvedere, con la
massima sollecitudine, a rimuovere il Suo nominativo dalla lista, ma può
provvedere anche personalmente cliccando il collegamento in calce alle
comunicazione.

Sempre, comunque e in qualsiasi momento pronto a cancellarLa su semplice
richiesta anche solo verbalmente avanzata.

Per farLa, concretamente rendere conto di come, il mio staff ed io,
lavoriamo e della qualità del servizio che viene offerto, accludo tre degli
ultimi lavori reperiti e distribuiti in lista : 1) Termine ragionevole del
processo; 2) Infrazioni stradali rilevate a mezzo autovelox; 3) Le
fattispecie di frode fiscale introdotte dal D.Lgv. n. 47/2000.

Comunque, per avere una visione completa ed aggiornata può, nel mio sito
www.erasmi.it , cliccare, nella home page, alla voce "Monografie" oppure
nella barra dei servizi sempre alla indicazione "Monografie", in cui sono
stati riuniti ed riordinati, suddivisi per tematiche, tutti gli invii
distribuiti sino ad oggi con la mailing list, ciò anche per rispondere e
soddisfare le numerose richieste di ripubblicazione e ridistribuzione dei
temi che hanno suscitato più interesse.



Se sarà di Suo gradimento mi farebbe piacere se la proponesse ad altri
Colleghi, comunicandomi i relativi indirizzi  email, grazie.

Nella speranza di annoverarLa, in ogni caso, tra i miei "amici" iscritti.

Dato il presente nostro contatto mi dichiaro anche  a Sua disposizione per
una  eventuale domiciliazione presso il mio studio per ogni Sua occorrenda
in zona.

Lieto dell'incontro extraprofessionale, invio distinti saluti.
 Francesco Erasmi

oooOOOooo


Monografia reperita in:
 www.giuridea.it

Sottoposta alla Vostra attenzione e distribuita da:
Avv. Francesco Erasmi
 www.erasmi.it  -  erasmi a erasmi.it


                    oooOOOooo




 Un cittadino italiano può ottenere in Italia un'equa riparazione per il
mancato rispetto del termine ragionevole di durata del processo?



 Avv.  Domenico Santacroce

L'art. 6 della Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle
libertà fondamentali, firmata a Roma il 4 novembre 1950, che vincola tutti i
41 paesi aderenti al Consiglio d'Europa, stabilisce che ogni persona ha
diritto a che la causa sia definita in modo giusto con un processo pubblico
e in un tempo ragionevole da un tribunale indipendente ed imparziale,
secondo i canoni previsti dalla legge.
Di recente la regola della ragionevole durata del processo, come diretta
espressione del diritto di effettività della giustizia, è stata anche
costituzionalizzata con la modifica dell'art. 111 della Costituzione, ma
l'obbligo prioritario di assicurare attraverso la giurisdizione interna la
diretta protezione di tale fondamentale diritto rimaneva in Italia ancora
fino ad ieri senza attuazione. Chi fosse stato leso con la violazione di
tale diritto fondamentale  aveva come unico rimedio il ricorso alla Corte
Europea dei diritto dell'uomo di Strasburgo, la cui giurisdizione è in
rapporto di sussidiarietà con la tutela interna.
Soltanto in data 8 marzo 2001, in un guizzo di fine legislatura, è divenuto
legge dello Stato il disegno di legge 3813/S (Legge_24_marzo_2001_n°_89),
che prevede come rimedio interno, in relazione al ritardo accumulato dallo
Stato nel rendere la dovuta giustizia, un procedimento di rito camerale
presso la Corte di Appello, la quale pronuncia entro quattro mesi dal
deposito del ricorso proposto dalla persona che voglia  fare accertare - sia
nel corso del procedimento in cui si assume verificata la lesione sia entro
sei mesi dalla decisione definitiva - la lesione subita in conseguenza della
irragionevole durata del processo ed ottenere un equo indennizzo.
Questa legge è attuazione di un principio, anche esso sancito dalla citata
convenzione, secondo il quale (art. 13 ) deve essere riconosciuto ad ogni
persona i cui diritti siano stati violati il diritto " ad un ricorso
effettivo davanti ad una istanza nazionale, anche quando la violazione sia
stata commessa da persone che agiscono nell'esercizio delle loro funzioni
ufficiali. "  La legge in questione, secondo le intenzioni del legislatore,
dovrebbe inoltre ridurre drasticamente il  numero di ricorsi, promossi
contro l'Italia, innanzi alla Corte Europea, la quale attualmente rischia di
essere paralizzata nella sua attività, essendo chiamata in prevalenza ad
occuparsi degli effetti di una crisi strutturale della giustizia italiana
che si traduce nella sistematica violazione del diritto delle persone ad
avere un processo in termini ragionevoli.

Una analisi della legge in questione pone in evidenza, però, alcune
imperfezioni che vale la pena di sottolineare ai fini di un miglioramento
dello strumento processuale predisposto.

Secondo l'art. 35 della Convenzione la Corte Europea non può essere adita se
non dopo l'esaurimento delle vie di ricorso interne. Questa regola del
previo esaurimento dei ricorsi interni nel sistema della tutela dei diritti
dell'uomo deve essere interpretata nel senso di attribuire a tale condizione
un significato che sia rispettoso delle finalità della regola stessa, in
modo da escludere  che la predisposizione di un ricorso interno possa
rappresentare soltanto un mezzo per evitare che la violazione sia portata
alla cognizione della Corte Internazionale. In altri termini, il rimedio
interno deve aver il carattere della effettività.

E' dubbio che tale carattere possa essere riconosciuto ad un rimedio interno
che non garantisca, come avviene innanzi alla Corte Europea, la piena
libertà al ricorrente, sicché questi possa per sé temere conseguenze
negative a seguito della sua istanza per assicurare la salvezza delle sue
ragioni.

Secondo l'Accordo Europeo concernente le persone che partecipano alle
procedure davanti alla Commissione e alla Corte Europea dei diritti
dell'uomo, adottato a Londra il 6/5/1969, e ratificato con legge 28/4/1986,
n. 382, le persone che partecipano alle procedure davanti alla Commissione
ed alla Corte Europea dei diritti dell'uomo, tra le quali si comprende anche
il ricorrente, godono di alcune immunità e di alcune facilitazioni. In
particolare, godono della immunità giuridica riguardo alle loro
dichiarazioni fatte oralmente o per iscritto come pure riguardo a documenti
ed altri atti che sottopongono alla Commissione o alla Corte ( art. 2 ). Ciò
sta a significare che non è possibile perseguire penalmente nessuno dei
partecipanti alle procedure in questione in ossequio al principio di
garantire la loro libertà di parola e la loro indipendenza necessaria
all'esercizio dei loro diritti e all'adempimento dei loro doveri e delle
loro funzioni. E' escluso quindi che nei loro confronti possa essere
esercitata l'azi

Nella legge in esame non appare alcuna norma che riproduca una tale ampia
garanzia a tutela delle persone  che agiscono innanzi alla Corte di Appello
per chiedere l'equa riparazione per il mancato rispetto del termine
ragionevole del processo di cui all'art. 6 comma primo della Convenzione per
la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali. In
mancanza di tale garanzia di immunità è prevedibile che nessun legale, che
abbia un minimo di conoscenza su come vanno le cose nel nostro Paese, sia
tanto imprudente da consigliare al proprio assistito di attivare questo
ricorso interno, o addirittura di trasferire innanzi all'autorità
giudiziaria italiana quello già ritualmente pendente innanzi al Corte di
Strasburgo. La legge in questione, in altri termini, nazionalizzando
l'azione per l'indennizzo da irragionevole durata del processo, ha  inserito
questa in un sistema nel quale vige il principio della obbligatorietà
dell'azione penale, e questo potrà certamente condizionare le scelte, specie
se c

Si tratta di una ipotesi che non è affatto lontana dalla concreta realtà. Si
ricorda in atti del C.S.M. il caso di un Procuratore della Repubblica, al
quale era stato inviato il ricorso diretto all'organo internazionale perché
formulasse le sue osservazioni, che avendo ravvisato nei fatti il reato di
calunnia aveva iniziato senza indugio l'azione penale, determinando
l'immediato intervento della Commissione, che era costretta a sottolineare
la palese violazione degli impegni assunti dall'Italia con l'accordo di
Londra del 6 maggio 1969. Un caso non è la regola. Ma anche un solo caso
autorizza a ritenere sussistente la rilevante probabilità che esso possa
ripetersi.

Inoltre, il ricorso interno, inserito nell'ordinamento italiano senza una
particolare strutturazione quanto al regime dell'onere della prova soffre di
una ulteriore limitazione nel senso che è fatto carico al ricorrente,
secondo quanto dispone l'art. 2697 c.c.. di provare i fatti che
costituiscono il fondamento del suo diritto fatto valere in giudizio e cioè
che la durata del processo non può considerarsi ragionevole per fatti
indipendenti dalla sua volontà o dal suo comportamento. Principio questo,
che dalla lettura delle sentenze emesse in tema dall'organo internazionale,
non sembra essere un canone rigidamente seguito dalla Corte Europea.

Ma, anche a voler prescindere dai  rilievi sin qui esposti, va detto che il
legislatore, pur potendo attingere alle regole più volte puntualizzate dalla
giurisprudenza della Corte Europea, non ha ritenuto di indicare con la
dovuta precisione i criteri di valutazione della durata del processo.

Secondo la linee guida tracciate dalla giurisprudenza della Corte Europea la
ragionevole durata del processo deve essere valutata secondo le circostanze
della causa e secondo i seguenti criteri: a) obbiettiva complessità del
caso, sia riferita ad elementi di fatto che ad elementi di diritto; b)
comportamento delle parti con riferimento ad una condotta diligente e non
dilatoria; c) comportamento delle autorità competenti con riferimento alle
modalità con cui è stato trattato il singolo caso, alla funzionalità delle
norme processuali, alla efficiente organizzazione degli uffici, ed alla
predisposizione di mezzi umani e materiali necessari. La legge in esame,
invece, al comma secondo dell'art. 2 si limita ad affermare semplicemente: "
Nell'accertare la violazione il giudice considera la complessità del caso e,
in relazione alla stessa, il comportamento delle parti e del giudice del
procedimento, nonché quello di ogni altra autorità chiamata a concorrervi o
a comunque contribuire alla sua definizione."  Non defi

Ma vi è di più.  La legge in questione introduce un rimedio interno soltanto
nella forma del mero indennizzo e non anche della effettiva riparazione nei
casi in cui la violazione della ragionevole durata del processo sia
accertata in relazione ad un giudizio ancora in corso; sicché in tali
ipotesi il rimedio interno appare non adeguato  perché non è in grado di
interrompere la violazione in atto, riparando ad essa, quanto meno, mediante
il suggerimento di specifici correttivi per l'effettiva accelerazione del
processo, onde evitare che su ricorso del medesimo interessato, per lo
stesso giudizio e per il ripetersi della medesima violazione sia richiesta
una ulteriore statuizione di condanna. E forse non sarebbero stati pochi i
casi in cui un tale possibile intervento avrebbe potuto raggiungere,  senza
ledere l'autonomia e l'indipendenza del giudice, un effetto positivo; si
pensi, in materia civile, alle questioni di giurisdizione non risolte, alle
nullità rilevabili di ufficio non dichiarate, alle questioni d

Infine, la designazione della Corte di Appello quale autorità giudiziaria
competente a giudicare sui ricorsi interni relativi ai ritardi accumulatisi
in ogni tipo di procedimento, ordinario, amministrativo, tributario e presso
il giudice militare, è avvenuta senza considerare l'inopportunità di tale
ulteriore attribuzione ad un organo che per effetto dell'aggravamento dei
carichi di lavoro conseguenti alla introduzione della riforma sul giudice
unico è attualmente ancora in una fase di crisi strutturale di notevole
portata, il che non garantisce, in ogni caso, la tempestività della
riparazione della violazione subita dal ricorrente con il rischio concreto
della riproduzione della violazione del principio della ragionevole durata
anche in ordine alla procedura prevista per il rimedio interno.

Concludendo, può dirsi che la legge in esame, qualora non sia integrata
sollecitamente con idonei correttivi, potrebbe essere considerata soltanto
la vuota enunciazione di un rimedio interno né congruo, né adeguato, né di
concreta esperibilità, per cui  la sua mancata attivazione difficilmente
potrà essere ritenuta dalla Corte Europea, se ancora direttamente adita,
come ragione di irricevibilità del ricorso internazionale.



Avv.  Vincenzo Valerio Bozzetto
La ragionevole durata del processo costituisce principio comune a tutti gli
ordinamenti giuridici europei, rientrando, in senso lato, nell'alveo di quel
diritto europeo delle libertà, che la Convenzione per la salvaguardia dei
diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali (CEDU) e soprattutto
l'attività creativa della Corte di giustizia di Strasburgo ha contribuito ad
affermare.

Il principio della ragionevole durata del processo, quale corollario
applicativo del più generale diritto ad un ricorso giurisdizionale
effettivo, è stato di recente costituzionalizzato in Italia con la modifica
dell'art. 111 della Costituzione.  Nella sua dizione letterale (la legge
assicura la ragionevole durata del processo) il precetto costituzionale è
del tipo norma principio, non crea, cioè, situazioni giuridiche direttamente
riconosciute e tutelabili, ma introduce un parametro di legittimità
costituzionale al quale il legislatore si deve uniformare.

Anche l'adesione alla Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell'uomo
e delle libertà fondamentali, richiede che gli Stati contraenti prevedano e
predispongano rimedi interni necessari a rendere effettivo tale principio.
L'introduzione nel nostro ordinamento di un diritto all'equa riparazione,
quale misura risarcitoria della violazione, da parte delle autorità
nazionali, della ragionevole durata del processo, rappresenta, quindi, un
rimedio interno, che l'Italia ha adottato in ottemperanza ad un obbligo
assunto in sede internazionale, con la ratifica della Convenzione.

La lettura " internazionalistica " della novella legislativa implica una
serie di conseguenze di non trascurabile rilievo. Il rinvio alla norma
pattizia, quale fonte dell'obbligazione risarcitoria, ("Chi ha subito un
danno patrimoniale o non patrimoniale per effetto di violazione della
Convenzione., sotto il profilo del mancato rispetto del termine ragionevole
di cui all'art. 6, paragrafo 1, della Convenzione, ha diritto ad una equa
riparazione")   deve essere interpretato in senso ampio e conforme alle
disposizioni della Convenzione, così come elaborate dall'attività
interpretativa pluriennale della Corte europea dei diritti dell'uomo.  Ciò
implica che: 1) la violazione del termine ragionevole, ai sensi dell'art 6
comma 1 della Convenzione, presuppone che vi sia  "contestazione "
relativamente ad un diritto di carattere civile o alla fondatezza di
un'accusa penale; 2) nell'accertare la violazione, il giudice nazionale, non
potrà non tenere conto, oltre che dei  parametri normativamente previsti (
complessi

In virtù  dei principi tratti dalla giurisprudenza della Corte europea, per
aversi violazione del principio della ragionevole durata del processo,
occorrerà , prima di tutto, verificare: 1) se vi sia stata una  "
contestazione " su un " diritto " che si può ritenere, in modo quantomeno
difendibile, riconosciuto dal diritto interno; nel caso, deve trattarsi di
una contestazione reale e seria, che può riguardare sia l'esistenza del
diritto che la sua portata o le modalità di esercizio; 2) se l'esito del
procedimento giudiziario sia direttamente determinante per tale diritto (
sentenze Acquaviva c.  Francia del 21 novembre 1995, serie A  n° 333-A, p.
14, § 46, Balmer - Schafroth e altri c.  Svizzera del 26 agosto 1997,
Raccolta delle sentenze e delle decisioni 1997-IV, p.  1357, § 32, Le Calvez
c.  Francia del 29 luglio 1998, Raccolta 1998-V, p. 1899, § 56, e
Athanassoglou e altri c.  Svizzera [GC], n° 27644/95, § 43, in corso di
pubblicazione); 3) infine, se il diritto rivesta un carattere  " civile ".
I cri

Va, inoltre, sottolineato che, secondo le sentenze della Corte, la
definizione di  "diritto di carattere civile " è molto più ampia, rispetto a
quella dogmaticamente corrente negli ordinamenti continentali, quali
l'Italia e la Francia, comprendendo tutte le situazioni soggettive che
presentano un carattere di patrimonialità.  Nei termini indicati, deve
leggersi una recente decisione della Corte di Strasburgo, relativa ad un
caso che riguarda l'Italia e nel quale oggetto della pretesa lesione del
principio della ragionevole durata del processo erano situazioni giuridiche,
qualificabili come interessi legittimi e non diritti soggettivi (Corte
europea dei diritti dell'uomo Mennitto ct Italia 05 10 2000 traduzione  in
italiano ) . La Corte ha ritenuto non rilevante la distinzione ai fini della
decisione, ed, applicando in modo estensivo, anche rispetto a suoi
precedenti (Corte_europea dei_diritti_dell'uomo_Salesi_ct._Italia_2.2.93),
il criterio della patrimonialità della pretesa, ha accolto il ricorso.

Non va sottaciuto che la lettura, in senso internazionalistico, delle norme
che hanno introdotto il diritto all'equo indennizzo, comporterebbe un
intervento penetrante del Giudice nazionale, particolarmente delicato,
soprattutto nei casi di procedimenti ancora pendenti.  L'alternativa sarebbe
quella di interpretare, in modo restrittivo, lo specifico rinvio alle norme
convenzionali sulla ragionevole durata del processo, senza collegarle al
tipo di pretesa (diritto di carattere civile o fondatezza dell'accusa
penale) azionata in sede processuale.  La normativa nazionale avrebbe,
allora, introdotto un vero e proprio diritto al ragionevole durata del
processo, riconosciuto e tutelabile in via autonoma. In questa ipotesi, il
Giudice italiano, chiamato ad accertare la sua violazione, dovrebbe
semplicemente limitarsi ad esaminare  la complessità del caso, il
comportamento delle parti del giudice del procedimento e delle autorità
chiamate a concorrere o a contribuire alla definizione della processo.

L'individuazione di una via italiana all'equa riparazione, presenta, come si
è visto nell'intervento dell'Avv.  Domenico Santacroce, notevoli
perplessità, soprattutto per la mancata previsione di cautele e garanzie,
riconosciute, invece, nei procedimenti dinanzi alla Corte di Strasburgo.  In
merito va sottolineato come non sia sufficiente la previsione da parte della
normativa nazionale di un rimedio interno di tipo risarcitorio, quando esso
concretamente non risponda ai requisiti dell'accessibilità e
dell'effettività: in tale caso, l'interessato potrà adire direttamente la
Corte europea, senza che lo Stato possa eccepire l'irricevibilità del
ricorso internazionale, per esaurimento dei rimedi interni
(Corte_europea_dei_diritti_dell'uomo_Vernillo_ct_Francia_20.2.91).

Un'ultima notazione va fatta riguardo ai parametri in forza dei  quali la
Corte d'Appello dovrebbe giudicare sulla ragionevole durata del processo,
parametri, che come si è detto nell'intervento precedente, la norma non
individua in modo chiaro, rimettendoli, così, alla discrezionalità del
giudice.   La Corte europea è da tempo ferma nel ritenere che l'articolo 6
paragrafo 1 della CEDU obbliga gli Stati contraenti ad organizzare il
proprio sistema giudiziario in modo che i tribunali siano in grado di
assicurare la ragionevole durata del processo
(Corte_europea_dei_diritti_dell'uomo_Pelessier_e_Sassi_ct_Francia_25_4_99).
In base a tale principio, la Corte, di recente, ha ritenuto che
l'organizzazione giudiziaria di uno Stato debba essere in grado di
assicurare la ragionevole durata del processo, anche quando alla sua
lentezza concorrano fatti ad esso non direttamente imputabili, quali
l'aggravio del carico di lavoro conseguente alla ripresa dell'attività
giudiziaria dopo lunghi periodi di sciopero degli avvo

Di fronte a questa situazione di incertezza applicativa della normativa, non
resta che attendere le prime pronunce delle Corti distrettuali.


 Materiale selezionato
Legge 24 marzo 2001 n° 89;
Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell'uomo e delle libertà
fondamentali www.dirittiuomo.it;

Regolamento della Corte europea dei diritti dell'uomo www.dirittiuomo.it;

Consiglio d'Europa - Comitato dei Ministri - Risoluzione provvisoria DH (99)
437

Consiglio d'Europa - Comitato dei Ministri - Durata delle procedure in
Italia, 708ma riunione, 3.5.2000

CSM Risoluzione seduta 6.7.2000

Corte europea dei diritti dell'uomo, Mennitto ct Italia 05 10 2000
traduzione  in italiano;

Corte_Cassazione SS.UU 12.05.93  n 5386;

Corte Cassazione SS.UU 11.10.94  n 8297;

Corte europea dei diritti dell'uomo, Bottazzi ct. Italia, 28.7.99, testo
francese AFFAIRE BOTTAZZI c ITALIE;

Corte europea dei diritti dell'uomo, Palmigiano ct. Italia, 11.4.2000, testo
francese AFFAIRE PALMIGIANO c. ITALIE;

Corte europea dei diritti dell'uomo, Capodanno ct. Italia, 5.4.2000, testo
francese AFFAIRE CAPODANNO c. ITALIA;

Corte europea dei diritti dell'uomo, Acquaviva ct. Francia, 23.10.95, testo
francese AFFAIRE ACQUAVIVA c. FRANCE;

Corte europea dei diritti dell'uomo, Athanassoglou ed altri ct. Svizzera,
6.4.2000, testo francese AFFAIRE ATHANASSOGLOU ET AUTRES c. SUISSE;

Corte europea dei diritti dell'uomo, Balmer-Schofroth ed altri ct. Svizzera,
26.8.98, testo francese AFFAIRE BALMER-SCHAFROTH ET AUTRES c. SUISSE;

Corte europea dei diritti dell'uomo, La Calvez ct. Francia, 28.7.98, testo
francese AFFAIRE LE CALVEZ c. FRANCE;

Corte europea dei diritti dell'uomo, Pelessier e Sassi ct. Francia, 25.4.99,
testo francese AFFAIRE PÉLISSIER ET SASSI c. FRANCE;

Corte europea dei diritti dell'uomo, Salesi ct. Italia, 2.2.93, testo
francese AFFAIRE SALESI c. ITALIA;



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 Monografia reperita in:
   www.diritto.net

Sottoposto alla Vostra attenzione e distribuito da:
Avv. Francesco Erasmi
 www.erasmi.it

erasmi a erasmi.it


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Infrazioni stradali rilevate a mezzo autovelox  dell' avv. Bruno Sechi.

Le infrazioni stradali, costituite dal superamento dei limiti di velocità,
di frequente sono rilevate a mezzo di rilevatore automatico  (autovelox).

Di quest'ultimo esistono alcuni modelli, tra i quali il "104 Mod.C": esso è
dotato di apposito display, nel quale è visualizzata la velocità degli
automezzi che transitano in sua prossimità, e di segnalatore acustico, che
si attiva nell'ipotesi di superamento del limite di velocità stabilito.

Un altro modello è il  "Velomatic" omologato dal Min. dei LL. PP. con
decreto n. 3053 del 25 luglio 1995 e relative integrazioni.

Nella realtà quotidiana, l'eccesso di velocità (art. 142 CdS) non è
contestato immediatamente, ma in un momento successivo, mediante notifica
del relativo verbale, anche a distanza di alcuni mesi.

I verbalizzanti, nella maggior parte dei casi, giustificano la mancata
contestazione tempestiva, sulla base dell'artt. 200 CdS e 384 reg. CdS.

Si può riportare testualmente la formula che è maggiormente inserita
nell'apposito verbale: " La violazione non è stata contestata immediatamente
in quanto l'accertamento è stato effettuato con apparecchiature di
rilevamento che consentono la determinazione dell'illecito successivamente
al passaggio del veicolo oggetto del rilievo ormai distante dal punto
dell'accertamento, comunque nell'impossibilità di essere fermato in tempo
utile e nei modi regolamentari, mentre gli Agenti accertatori erano
impegnati al controllo dell'apparecchiatura di rilevamento ai fini di una
corretta funzionalità ".

L'art. 200 CdS stabilisce, in via generale, che la contestazione della
violazione  deve essere sollevata contestualmente alla   trasgressione

dall'Autorità preposta (Polizia Stradale, Polizia Municipale).

La norma in esame prevede un'eccezione  alla regola, nelle ipotesi  di
impossibilità  oggettiva  della  contestazione immediata,

indicate, a titolo esemplificativo, nell'art. 384 reg. CdS:

·       impossibilità di raggiungere un veicolo lanciato ad eccessiva
velocità;

·       attraversamento di un incrocio con il semaforo indicante la luce
rossa;

·       sorpasso in curva;

·       accertamento di una violazione da parte di un funzionario o di un
agente a bordo di un mezzo di pubblico trasporto;

·       accertamento della violazione per mezzo di appositi apparecchi di
rilevamento che consentono la determinazione dell'illecito in tempo
successivo ovvero dopo che il veicolo oggetto del rilievo sia già a distanza
dal posto di accertamento o comunque nella impossibilità di essere fermato
in tempo utile o nei modi regolamentari;

·       accertamento della violazione in assenza del trasgressore e del
proprietario del veicolo.



La giurisprudenza di legittimità (Cass. civ. Sez. III n. 10107 dello 02
agosto 2000; Cass. civ. sez. III n. 4010 dello 03 aprile 2000; Cass. civ.
Sez III n. 10240 dello 04 agosto 2000 ) e di merito (Trib. Novara n.
521/2000 ), secondo una visione unitaria, stabilisce il principio in forza
del quale la mancata contestazione immediata, ove sia possibile, rende
illegittimo il verbale di contestazione e i successivi atti del procedimento
amministrativo, per violazione di legge ( art. 200 CdS ).

La Cass. civ. Sez. III, nella sent. n. 4010/2000, dispone:

" Dalla disciplina del codice stradale si desume, ....., che la
contestazione immediata della violazione alle norme in esso previsto ha un
rilievo essenziale per la correttezza del procedimento sanzionatorio, onde
essa non può essere omessa ogni qual volta sia possibile, con la conseguenza
che la detta omissione costituisce una violazione di legge che rende
illegittimi i successivi eventuali atti del procedimento amministrativo ".



Nell'ipotesi di emissione dell'ordinanza-ingiunzione, da parte del Prefetto,
l'interessato può ricorrere avanti il Giudice di Pace, competente per
territorio, al fine di ottenere la pronuncia di annullamento del
provvedimento sanzionatorio.

In relazione alle infrazioni stradali, rilevate mediante il Mod. C. 104, la
giurisprudenza è unanime nel ritenere che gli operatori   "possono
effettuare la contestazione immediata, poiché l'apparecchio utilizzato
consente di rilevare l'eventuale eccesso di velocità contestualmente al
passaggio del veicolo innanzi all'apparecchio, attivandosi un allarme
acustico e visualizzandosi la velocità su un apposito display".

Nelle ipotesi esaminate dalla giurisprudenza che si considera, le
giustificazioni addotte dalle Autorità competenti ( organi accertatori,
Prefetto ) a sostegno della mancata contestazione immediata, sono
"generiche e prive di riferimenti specifici".

Infatti, le Autorità competenti, generalmente, si limitano a rilevare che la
violazione è stata accertata non in modo istantaneo, mediante lo sviluppo
successivo della fotografia, scattata dall'apposito apparecchio, poiché
quest'ultimo non consente di rilevare immediatamente l'illecito o perché  è
stato impossibile fermare il veicolo.

La giurisprudenza stabilisce che l'impossibilità de qua deve essere provata
dall'Autorità competente e, in virtu' dell'art. 201 CdS, il verbale di
contestazione deve indicare i motivi che hanno reso impossibile la
contestazione immediata.

La ratio della contestazione immediata sostanzia il principio generale di
giustizia che assicura il diritto di difesa del cittadino; inoltre, mira ad
eliminare i pericoli derivanti dalla giuda pericolosa.

Altra giurisprudenza  (Cass. Sez. III civ n. 10240 dello 04 agosto 2000;
Cass. Sez III civ n. 6123 del 18 giugno 1999) stabilisce che  "il difetto di
contestazione immediata importa nullità del verbale di accertamento, solo
ove il giudice ritenga ragionevolmente, con prudente apprezzamento, in
relazione alle circostanze del caso concreto e tenuto conto dell'economicità
dell'azione amministrativa che la detta contestazione sarebbe stata
possibile e, cioè solo in presenza di elementi certi che irrefutabilmente
dimostrino la possibilità della contestazione stessa".



Giurisprudenza autorevole ( Cass. Sez. III civ. n. 10107 dello 02 agosto
2000  ) stabilisce che nell'ipotesi di accertamento a mezzo autovelox, la
contestazione immediata è sempre possibile, anche attraverso una pattuglia
appostata a distanza  e collegata con ricetrasmittente all'altra pattuglia
in sosta presso il rilevatore.

La contestazione immediata è altresì resa possibile dal fatto che
l'autovelox consente di rilevare e visualizzare l'eccesso di velocità in
anticipo, rispetto al passaggio del veicolo trasgressore.

L'apparecchio di rilevazione può causare errori materiali:

l'attenzione di certa giurisprudenza si è soffermata sul cd Telelaser il
quale, pur essendo dotato di display, non memorizza la velocità di transito.

Infatti, " il dato della velocità rimane in evidenza fino a che non si preme
nuovamente il grilletto ", secondo le istruzioni di una nota casa
produttrice.

Al puntamento successivo, il rilevamento precedente è rimosso
automaticamente.

Anche il veicolo e il numero di targa non sono memorizzati e possono essere
visualizzati unicamente dall'agente che assiste l'operatore assegnato al
puntamento.

Il Tribunale di Padova Sez. II, nella pronuncia del 12 luglio 2000,
stabilisce che la misurazione di velocità, effettuata con il Telelaser, è
illegittima ( e, pertanto, suscettibile di annullamento in sede
giudiziale ), poiché non è conforme ai dettami dell'art. 345 Reg. CdS, che
si riporta:

"1. Le apparecchiature destinate a controllare l'osservanza dei limiti di
velocità devono essere costruite in modo da raggiungere detto scopo fissando
la velocità del veicolo in un dato momento in modo chiaro ed accertabile,
tutelando la riservatezza dell'utente.

2. Le singole apparecchiature devono essere approvate dal Ministero dei
lavori pubblici. ..... "

Nella ipotesi in esame, il Giudice di merito, poiché il Telelaser non
consente un riscontro oggettivo della misurazione di velocità  e la certezza
nella individuazione del veicolo e della relativa targa, ritiene illegittimo
il decreto di omologazione n. 4199, emesso in data 08/09/1997 dal Min. LL.
PP., per violazione dell'art. 345 Reg. CdS, con conseguente sua
disapplicazione, in forza degli artt. 4 e 5 della L. 20/03/1865 n. 2248 all.
E.

La pronuncia di illegittimità comporta il conseguente annullamento del
verbale di contestazione e dei successivi atti amministrativi  (quale
l'ordinanza-ingiunzione del Prefetto).

In altri termini, l'illegittimità della rilevazione rende illegittimo
l'intero procedimento sanzionatorio.



In sintesi ricordiamo che:

·       entro 60 giorni dalla contestazione o dalla notificazione del
verbale è ammesso il pagamento in misura ridotta   (art.202 CdS);

·       il verbale di contestazione deve essere notificato entro 150 giorni
dall'accertamento, e deve contenere "gli estremi precisi e dettagliati della
violazione" e indicare i  "motivi che hanno reso impossibile la
contestazione immediata" (art. 201 1° co. CdS );

·       il trasgressore può proporre ricorso nei seguenti modi:

1.     indirizzato al Prefetto del luogo della commessa violazione, da
presentare o notificare all'Ufficio cui appartiene l'organo accertatore, nel
termine di 60 giorni dalla notifica del verbale;

2.     in alternativa, avanti il Giudice di Pace del luogo della commessa
violazione entro 30 giorni dalla notifica del verbale di contestazione;

·       nelle ipotesi di mancata presentazione di uno dei ricorsi previsti o
di mancato pagamento nei termini suindicati, il verbale di contestazione
costituisce titolo esecutivo per la riscossione coatta della somma pari alla
metà del massimo della sanzione amministrativa edittale e per spese di
procedimento;

·       il Prefetto, entro 180 giorni, deve emettere o
l'ordinanza-ingiunzione di pagamento, o l'ordinanza motivata di
archiviazione  degli atti ( art. 204 1,2 co CdS );

·       in relazione al termine di cui all'art. 204 CdS, la Giurisprudenza
di legittimità ha stabilito che il termine complessivo, decorrente dalla
presentazione del ricorso, è di 210 giorni, poiché 180 giorni decorrono
dallo scadere dei 30 giorni previsti dall'art. 203 CdS. Infatti, il
responsabile dell'ufficio ( per. es. del Comando di Polizia Municipale )
deve trasmettere tutti gli atti al Prefetto entro 30 giorni dal deposito o
ricevimento del ricorso ( termine complessivo= 210 gg );

·       la giurisprudenza di legittimità ( Cass. Sez. II civ. del 18 aprile
2000; 8992/99; 2064 del 25 febbraio 1998; 6895/97 ) ha stabilito che il
termine in oggetto è di natura perentoria: infatti, il rispetto del predetto
termine è " un requisito di legittimità " del procedimento sanzionatorio
previsto dal CdS; pertanto, la sua inosservanza rende annullabile
l'ordinanza-ingiunzione prefettizia, per violazione di legge ( art. 204
CdS );

·       l'interessato, in virtu' dell'art. 205 CdS, ha il diritto di
proporre  opposizione all'ordinanza-ingiunzione prefettizia avanti il
Giudice di Pace del luogo della commessa violazione, al fine di ottenere la
pronuncia di annullamento per violazione di legge,

·       il giudizio di opposizione è regolato dagli artt. 22, 22 bis e 23
della l. 24 novembre 1981 n. 689, ai quali si rimanda.

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  Monografia reperita in:
  www.dirittoitalia.it   Anno II  n. 3 del  26.03.2001

  Sottoposto alla Vostra attenzione e distribuito da:
  Avv. Francesco Erasmi
  www.erasmi.it
  erasmi a erasmi.it

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  Le fattispecie di frode fiscale introdotte dal D.Lgv. N.74/2000: brevi
considerazioni a margine della riforma penale tributaria.
  di Luca Pistorelli
  Magistrato del Tribunale di Milano

  1 L'evoluzione del sistema penale tributario. In questi breve note, che
non hanno la pretesa di essere una esaustiva analisi del nuovo sistema di
incriminazioni introdotto in materia penale tributaria, si cercherà di
mettere in luce alcuni profili salienti della struttura delle fattispecie di
frode fiscale contemplate dal Capo I del d.lgv. n.74/2000, che, per la loro
complessità, già consentono di intravedere quelle che saranno le insidie
interpretative che accompagneranno le nuove norme nella loro concreta
applicazione.

  L'asse portante della riforma -come sottolineato dalla stessa Relazione
governativa- è costituita indubbiamente dalle norme incriminatrici
introdotte dagli articoli da 2 a 5 del decreto, ad oggetto i reati commessi
attraverso le dichiarazioni annuali in materia di imposte dirette e IVA. Una
delle scelte di fondo della legge delega (art.9.2 a)  n.1 l.n.205/99),
infatti, è stata quella di abbandonare il criterio che aveva ispirato la
l.n.516/82 (e cioè quello di anticipare la soglia della rilevanza penale
alla consumazione di comportamenti prodromici all'evasione), per concentrare
l'intervento repressivo sull'infedele (od omesso) autoaccertamento, da parte
del contribuente, di quanto dovuto all'Erario. Seguendo lo schema tracciato
dal legislatore delegante, la novella  ha così previsto un sistema di
fattispecie imperniate sulla presentazione di dichiarazioni mendaci,
diversamente qualificate dalla presenza o meno di condotte fraudolente di
supporto, ovvero sulla mancata presentazione tout court delle  dichiara

  L'individuazione della dichiarazione come momento qualificante della
penale rilevanza dei comportamenti fiscali rappresenta, in un certo senso,
un ritorno alle origini e cioè alla disciplina sanzionatoria introdotta
dalla riforma tributaria degli anni '70. Come si ricorderà, infatti,
l'abrogato art.56 del d.P.R. n.600/73 puniva con la sanzione penale proprio
le infedeltà commesse nella dichiarazione dei redditi (distinguendo
ugualmente i comportamenti meramente omissivi da quelli fraudolenti),
relegando nella dimensione dell'illecito amministrativo le violazioni agli
obblighi tributari che cronologicamente precedono quello di presentazione
della medesima[1]. Come accennato, la l.n.516/82 aveva rivoluzionato questa
impostazione, anticipando l'intervento delle norme penali alla violazione
proprio di quegli obblighi prodromici alla dichiarazione: tenuta e
conservazione delle scritture contabili, annotazione nelle medesime dei
ricavi, registrazione degli stampati per la compilazione dei documenti di
accompagname

  Il successivo e incontestabile fallimento della l.n.516/82[7], che, lungi
dal debellare il fenomeno dell'evasione, ha comportato soltanto la
proliferazione di procedimenti penali per fatti bagatellari, ha orientato,
dunque, il legislatore ad ancorare nuovamente l'intervento penale alla fase
dell'autoaccertamento del tributo. Il sistema sanzionatorio tracciato dal
Capo II del primo Titolo del d.lgv. n.74/2000 si articola, infatti, su
quattro fattispecie delittuose dedicate alle condotte, rispettivamente, a)
di presentazione di dichiarazioni fraudolente perché redatte avvalendosi di
«fatture o di altri documenti per operazioni inesistenti»; b) di
presentazione di dichiarazioni fraudolente in quanto redatte avvalendosi di
altri mezzi fraudolenti; c) di presentazione di dichiarazioni infedeli; d)
di omessa presentazione delle dichiarazioni obbligatorie.

  2. La struttura dei reati commessi attraverso la dichiarazione:
generalità. Due i profili comuni a tutte le fattispecie descritte: la
configurazione in forma di delitto e la previsione, per la sussistenza dei
reati, del dolo specifico di evasione delle imposte sui redditi o dell'IVA
(fine cui va equiparato, per espressa volontà dell'art.1 d) d.lgv.
n.74/2000, quello di conseguire un indebito rimborso o il riconoscimento di
un inesistente credito d'imposta ovvero di farli conseguire o riconoscere ad
altri). Entrambe le scelte effettuate appaiono significative e fortemente
caratterizzanti la riforma, oltre a corrispondere ad una precisa direttiva
del legislatore delegante (art.9 co.2 a) l.n.205/99).

  Sotto il primo profilo va evidenziato che, rispetto al passato, si sono
definitivamente espulsi dall'area di penale rilevanza i comportamenti
colposi, ancorchè potenzialmente forieri di evasioni fiscali: il nuovo
assetto introdotto non contempla fattispecie contravvenzionali, ma solo
delitti la cui sussistenza è inevitabilmente legata -in assenza di
disposizioni di segno contrario- alla consumazione di condotte dolose. A
fronte di un ordinamento tributario farraginoso, costellato di norme
difficili da interpretare e coordinare, dove dunque l'errore, financo
colpevole (ma v'è da chidersi se in tali circostanze la colpa lieve possa
essere effettivamente rimproverata al contribuente medio), è tutt'altro che
infrequente, decidere di retrocedere l'intervento penale fino a colpire solo
comportamenti dolosi è una scelta che va salutata con soddisfazione, atteso
che quantomeno consente di recuperare in questa materia il senso dei
principi di sussidiarietà e necessità della sanzione penale[8].

  2.1 Il problema della configurazione dell'elemento psicologico. Quanto
alla decisione di vincolare l'elemento psicologico al fine specifico di
evadere le imposte, va evidenziata una indubbia continuità con la struttura
della frode fiscale contemplata dall'art.4 della l.n.516/82. In realtà le
differenze esistenti tra le diverse fattispecie incriminatici introdotte
dalla novella in commento pongono, sotto questo profilo, qualche aspetto
problematico. Infatti, mentre per la sussistenza del delitto previsto
dall'art.2 (quello di dichiarazione fraudolenta mediante uso di fatture
false) non è richiesto che alla condotta fraudolenta consegua una effettiva
evasione del tributo (che dunque rimane chiaramente il mero obiettivo a cui
tende la volontà dell'autore del reato, senza che la sua realizzazione sia
necessaria per la consumazione del medesimo), diversamente sembra doversi
concludere con riferimento a quelli introdotti dai successivi articoli 3, 4
e 5 del d.lgv. n.74/2000, dove la concreta punibilità è stata con

  Apparentemente, in queste fattispecie, l'evasione cessa di essere il mero
fine della condotta, atteso che la sua concreta realizzazione viene a
condizionare la sussistenza dei reati contemplati dalle disposizioni
menzionate. Il legislatore sembrerebbe dunque aver introdotto una sorta di
"evento" di evasione. Ecco, allora, insinuarsi in prima battuta il sospetto
che si sia creato una sorta di paradosso normativo, per cui la circostanza
che fonda la punibilità del reato finisce per coincidere con l'obiettivo che
qualifica il dolo specifico richiesto per la sua sussistenza.

  Se le fattispecie in commento dovessero essere ricostruite in questi
termini, la qualificazione dell'elemento psicologico comporterebbe
inevitabilmente qualche perplessità, tanto da legittimare il dubbio se, al
di là delle apparenze, quello descritto dal legislatore non dovesse essere
addirittura interpretato come un vero e proprio dolo generico di evasione,
solo impropriamente descritto come dolo specifico. Per altro verso deve,
invece, chiedersi se nell'oggetto del dolo richiesto per la sussistenza dei
reati suindicati rientrino anche le menzionate soglie quantitative e, cioè,
se sia richiesta non solo la volontà di evadere quanto dovuto al fisco, ma
altresì la volontà -o, quantomeno, la consapevolezza- di superare i valori
che determinano la rilevanza penale delle condotte incriminate.

  Sul punto si rendono necessarie alcune puntualizzazioni. Deve, ad esempio,
ricordarsi come alla luce dell'ordinamento tributario vigente, di regola, il
versamento del tributo (o quantomeno di parte dello stesso) preceda la
presentazione della dichiarazione. Il che convince delle difficoltà
sussistenti nel configurare l'evasione come evento di reati incentrati sulla
dichiarazione, tanto più che non esiste alcun rapporto di causalità diretta
tra la presentazione di quest'ultima e il mancato versamento (totale o
parziale) del tributo effettivamente dovuto (infatti, in astratto, nulla
impedisce al contribuente di pagare l'imposta, anche in presenza di una
dichiarazione infedele). In definitiva deve ammettersi che l'evasione
dell'imposta, così come l'abbiamo intesa, non è l'evento delle condotte
fraudolente o infedeli tipizzate dal legislatore della riforma, ancorché le
stesse possano indubbiamente considerarsi strumentali alla sua
realizzazione.

  Del resto, se effettivamente il legislatore delegante avesse voluto
direttamente tutelare l'interesse erariale alla puntuale e integrale
percezione del tributo, avrebbe esplicitamente commissionato fattispecie che
sanzionassero quelle condotte omissive del contribuente che si risolvono
nella violazione degli obblighi di versamento. Invece, come già ricordato in
precedenza, l'intervento penale nel settore tributario è stato costantemente
ispirato ad una logica diversa e cioè a quella di colpire comportamenti
infedeli, strumentali al pagamento dell'imposta e idonei a trarre in inganno
l'Amministrazione Finanziaria circa il corretto adempimento
dell'obbligazione pecuniaria. E la novella in commento non si discosta, in
linea di principio, da questa tradizione, atteso che, come per il passato,
le condotte incriminate non interferiscono direttamente con la fase della
riscossione del tributo. Come accennato, rispetto alla riforma del 1982, il
legislatore ha ritenuto opportuno operare una brusca e significativa vira

  A riprova di quanto testè affermato, basti ricordare che, alla luce delle
disposizioni in commento, non potrebbe costituire reato la condotta di chi,
pur redigendo una dichiarazioni fedele (in cui, dunque, venga evidenziato un
debito d'imposta corrispondente a quello effettivo), poi ometta, in tutto o
in parte, di versare all'Erario quanto dovuto. In questo caso, infatti, non
si ha un'evasione d'imposta rilevante ai fini penali (qualunque sia
l'ammontare del tributo non versato), ancorchè tale debba essere considerata
ai fini dell'ordinamento tributario.

  2.2 (segue) imposta evasa e fine di evadere. Va subito sottolineato che
nell'ordinamento tributario (come in quello penale del resto), non si
rinviene una definizione espressa del concetto di "evasione". Quella sin qui
recepita -e cioè di mancato pagamento del tributo dovuto- è quella che
corrisponde all'uso che del termine viene effettuato nel linguaggio comune,
ma non è l'unica ricorrente in dottrina, atteso che lo stesso termine viene
associato anche a concetti parzialmente diversi, come quello di "sottrazione
di redditi o ricavi al procedimento impositivo"[10], che sposta l'attenzione
dal mancato pagamento dell'imposta, all'occultamento del suo presupposto.

  A questo punto va allora chiarito cosa abbia voluto intendere il
legislatore della riforma quando, negli artt.3, 4 e 5 del d.lgv. n.74/2000,
ha ancorato la rilevanza penale delle condotte incriminate al fine di
evadere le imposte e all'entità dell'imposta evasa. Partendo da
quest'ultima, deve evidenziarsi che, secondo l'art.1 f) dello stesso
decreto, tale non è il tributo di cui si è omesso il versamento, bensì la
differenza tra l'imposta effettivamente dovuta e quella risultante dalla
dichiarazione (al netto di quanto versato dal contribuente o da terzi a
titolo di acconto, ritenuta o altro). Le norme incriminatici sopra
menzionate, pertanto, fanno riferimento ad un concetto di "imposta evasa"
che trascende quello più comune di imposta dovuta e non versata, per
identificarsi in quello di debito d'imposta occultato attraverso le
artificiose o mendaci risultanze della dichiarazione fraudolenta o infedele.
A ben vedere, in definitiva, l'imposta evasa a cui il legislatore fa
riferimento non è altro che il risul

  Nel descrivere il dolo specifico che sostiene i reati in commento, invece,
il legislatore sembra essersi riferito all'evasione in tutt'altro senso,
atteso che ciò che viene di fatto individuato è il generico fine di
sottrarsi, in tutto o in parte, al puntuale pagamento dell'imposta[12].

  E' dunque da escludersi che le fattispecie in commento siano strutturate
come reati con evento di evasione e a dolo generico, e ciò anche a
prescindere dalla lettera delle norme che le hanno introdotte, che, come già
sottolineato, esplicitamente configurano l'elemento psicologico in termini
di dolo specifico. Parimenti va negata la perfetta simmetria tra il fine di
evasione e l'imposta evasa: mentre attraverso la prima allocuzione il
legislatore evoca una reale evasione (sebbene configurata come mero approdo
ideale della volontà dell'autore del reato), con la seconda esprime, invece,
il potenziale offensivo delle condotte incriminate (potenziale, che nel
meccanismo costruito attraverso la previsione di soglie quantitative, assume
significato penale soltanto quando raggiunge un determinato livello).

  Anche alla luce di quanto già detto circa la ratio delle incriminazioni,
le conclusioni testè illustrate consentono di chiarire definitivamente quale
sia la funzione assegnata dal legislatore all'elemento psicologico nei reati
in commento[13], che è poi quella di selezionare l'area di intervento delle
norme incriminatici, per escludere la rilevanza penale di quelle condotte
che, pure essendo conformi a quelle tipizzate, risultino non essere
finalizzate a realizzare (anche) un'evasione d'imposta[14].

  2.3 (segue) la qualificazione giuridica delle soglie quantitative. Rimane
da determinare, a questo punto, natura ed efficacia delle soglie
quantitative ispirate al calcolo dell'imposta evasa e indicate negli artt.3,
4 e 5. Ad una prima lettura del testo normativo abbiamo sostenuto che le
stesse altro non fossero se non che altrettante condizioni di punibilità[15]
e cioè degli eventi esterni al fatto criminoso che ne condizionano la
punibilità e che, come tali, giacciono al di fuori dell'oggetto della
colpevolezza.[16]. Sottolineavamo, tra l'altro, che esse finiscono per
svolgere la medesima funzione assegnata nell'art.4 n.7 l.n.516/82 (prima
dunque della modifica operata dalla l.n.154/91) alla clausola di alterazione
«in misura rilevante del risultato della dichiarazione», quantomeno secondo
la nota interpretazione datane dalla Corte Costituzionale[17], che
espressamente le ha negato dignità di elemento costitutivo del reato,
osservando come la stessa non esprimesse il contenuto offensivo del fatto,
ma opera

  Alcuni autorevoli commentatori hanno, invece, affermato che le soglie
quantitative introdotte dalla novella sono indubbiamente da annoverare tra
gli elementi costitutivi dei reati in esame[19], non diversamente da quanto
sostenuto dalla prevalente dottrina con riguardo a quelle a suo tempo
previste dall'art.1 della l.n.516/1982 per le contravvenzioni di omessa
presentazione della dichiarazione e di omessa annotazione di ricavi[20].
Ovviamente, in questa diversa ricostruzione, il superamento delle soglie
diviene accadimento inevitabilmente attratto nell'oggetto del dolo richiesto
per la sussistenza dei reati contemplati dal primo Capo del d.lgv.
n.74/2000[21].

  Deve convenirsi che configurare le soglie quantitative come mere
condizioni di punibilità è soluzione interpretativa che potrebbe offrire il
fianco a delle obiezioni. Non tanto perché l'avvenimento da cui il
legislatore ha fatto discendere la punibilità nei casi di specie, non
sarebbe "futuro e incerto" (giacchè[22], in realtà, il superamento della
soglia potrebbe anche essere considerato un evento futuro rispetto alle
condotte incriminate, atteso che presuppone l'accertamento di quanto
effettivamente dovuto dal contribuente, accertamento che non può che essere
successivo alla presentazione della dichiarazione mendace, nel mentre questi
può, in ipotesi, non essersi nemmeno rappresentato l'esatto profilo della
sua posizione fiscale, pur nella consapevolezza di occultare al Fisco
porzioni del suo reddito); né per il fatto che le norme incriminatici
richiedono all'autore del reato di agire al fine di evadere le imposte[23]
(come si è visto e come subito si ribadirà, infatti, l'evento a cui deve
tendere la sua v

  In proposito va sottolineato che, intanto le conclusioni a cui approda
questa dottrina possono essere accolte, in quanto venga ribadita la non
coincidenza tra i concetti di evasione assunti dal legislatore nel
determinare, rispettivamente, l'oggetto delle soglie e del dolo specifico.
Diversamente si registrerebbe quel cortocircuito normativo a cui facevamo
cenno in precedenza, per cui, per la sussistenza del reato, il suo autore
deve spingere la propria volontà verso un obiettivo che deve, al contempo,
già aver raggiunto. Il fine di evadere rimane il ponte gettato dal
legislatore tra le condotte tipizzate e il bene finale (rappresentato
dall'effettivo assolvimento dell'obbligazione tributaria), mentre l'imposta
evasa indicata nella dichiarazione continua ad interessare la tutela diretta
offerta al bene strumentale (rappresentato invece dalla funzione di
accertamento).

  Ciò detto, deve evidenziarsi che, in realtà, l'esposizione fraudolenta
nella dichiarazione di elementi passivi fittizi, piuttosto che
l'occultamento puro e semplice di elementi attivi o, addirittura, la stessa
mancata presentazione della dichiarazione, sono tutte condotte idonee a
trarre in inganno l'Erario sull'effettiva natura e consistenza dei rapporti
pecuniari intercorrenti con il contribuente che le ha realizzate. E non v'è
dubbio che tale attitudine prescinda da ogni rilievo quantitativo
sull'entità del debito fiscale dissimulato. Non di meno va osservato che
perfino lo stesso interesse alla percezione del tributo -che pur sempre
rappresenta la ratio che ha ispirato le incriminazioni in commento- è
estraneo a qualunque caratterizzazione di tipo quantitativo.

  Dunque né limiti strutturali propri delle condotte tipizzate, né la natura
degli stessi interessi tutelati, imponevano al legislatore di vincolare la
concreta punibilità dei nuovi delitti tributari alla rilevanza dell'imposta
evasa o agli altri parametri poi utilizzati nel d.lgv.n.74/2000. Quella
operata appare una -condivisibile- scelta di politica criminale, ispirata da
motivi di opportunità. Il legislatore ha cioè "scelto" di sottrarre
all'incriminazione quei comportamenti che, pur essendo in grado di sviare
l'attività di accertamento, si rivelano comunque di moderata gravità: non,
si badi bene, per la modesta attitudine ingannatoria della frode o
dell'infedeltà, bensì in prospettiva della finale sottrazione al fisco delle
risorse che gli devono essere versate. In altri termini il legislatore ha
finito per modellare il concreto ambito di applicazione delle nuove
disposizioni partendo dal presupposto che l'imposta (rectius: la minore
imposta) indicata nella dichiarazione mendace sarà poi quella versata e c

  A questo punto potrebbe obiettarsi che quanto testè affermato sembra
contraddire ciò che più volte abbiamo con forza ribadito. E cioè che
l'imposta evasa, indicata come strumento di misurazione delle soglie, non
sia ancora quella sottratta allo Stato attraverso il mancato versamento del
dovuto. Non è così. Come si è appena sottolineato una cosa è che le frodi,
nel transitare per la dichiarazione, generino l'occultamento dell'imposta (o
della maggiore imposta) dovuta, altra cosa è, invece, che tale risultato sia
più o meno elevato. La misura dell'imposta evasa è accertamento esterno al
fatto di reato in sé, tanto da essere ricollegata dalla legge alla
ricognizione dell'effettività e dell'entità del versamento, accadimento,
come già detto, ignorato nella descrizione del nucleo dell'incriminazione.

  A nostro modesto avviso, dunque, il superamento della soglia non è un
elemento costitutivo dei reati in commento, ma una condizione di punibilità
e come tale non rientra nell'oggetto del dolo richiesto per la sussistenza
dei reati medesimi. Ciò non toglie che possano muoversi delle critiche alle
scelte operate dal legislatore, proprio in relazione all'ambiguità
strutturale delle fattispecie o alla stessa opzione di ribadire un sistema
di incriminazioni fondate sul pericolo di lesione degli interessi alla cui
tutela sono destinate. Ma ci appare come una forzatura della stessa lettera
delle norme annoverare il superamento delle soglie tra gli elementi
costitutivi del reato.

  Per altro verso, ma sempre con riguardo alla previsione delle soglie
quantitative, va rilevato che il legislatore, nell'introdurle, ha rimesso al
giudice penale il delicato compito di determinare, tra l'altro, l'entità
dell'imposta dovuta e di quella evasa. Se non può sussistere dubbio alcuno
circa il fatto che la punibilità dei reati che le contemplano dipende dalla
prova "certa" del superamento delle soglie[26], ci si chiede allora se non
si sia in realtà reintrodotta surrettiziamente una sorta di pregiudiziale
tributaria, atteso che, al di là delle intenzioni espresse dal legislatore
delegato nella Relazione governativa, le aspettative che tale accertamento
venga autonomamente svolto nel processo penale sembra meramente
illusorio[27]. Quantomeno appare inevitabile che nei casi più complessi si
faccia ricorso a supporti tecnici esterni, come abitualmente accade, ad
esempio, nell'analisi dei bilanci oggetto delle imputazioni per art.2621
c.c. e non è ultroneo aspettarsi che in breve questa divenga la prassi

  3. La dichiarazione fraudolenta mediante uso di fatture o altri documenti
per operazioni inesistenti. Agli artt.2 e 3 il d.lgv. n.74/2000 contempla i
reati di frode fiscale commessi attraverso le dichiarazioni annuali delle
imposte sui redditi e dell'IVA[28] . La prima disposizione configura il
delitto di dichiarazione fraudolenta mediante l'uso di fatture o altri
documenti per operazioni inesistenti, la seconda, invece, quello residuale
di dichiarazione fraudolenta mediante altri artifici.

  Le due fattispecie, pur accomunate nel riferimento ai mezzi fraudolenti
che caratterizzano la condotta tipica, sono state configurate autonomamente,
in ossequio ad una precisa direttiva della legge delega[29], che ha
espressamente  imposto una diversificazione della struttura dei reati a
seconda che questi siano o meno connessi all'utilizzo di documentazione
fiscalmente rilevante risultata falsa: infatti, solo nella seconda
ipotesi -e non anche nella prima- la rilevanza penale del fatto è stata
subordinata dal Parlamento al superamento di soglie "quantitative" «idonee a
limitare l'intervento penale ai soli illeciti economicamente significativi»
(ma, come si vedrà in seguito, non è del tutto infondata la critica
all'impostazione seguita dal legislatore delegato, accusato di aver
sopravvalutato il senso effettivo delle direttive impartitegli).

  L'art.2 punisce, dunque, colui che indica nelle dichiarazioni annuali
delle imposte sui redditi o dell'IVA elementi passivi fittizi avvalendosi di
fatture o di altri documenti per operazioni inesistenti indipendentemente
dall'accertamento del superamento di soglie quantitative di evasione
d'imposta. La norma "recupera", in definitiva, alcuni elementi costitutivi
delle fattispecie di frode fiscale fino ad oggi punite dall'art.4 l.n.516/82
e, segnatamente, di quelle contemplate alle lettere d) ed f) della
disposizione citata.

  In realtà si assiste alla "fusione" tra la condotta di utilizzazione di
fatture per operazioni inesistenti (d'ora in poi foi) e quella di redazione
di dichiarazioni fiscali fondate su documenti attestanti fatti materiali non
corrispondenti al vero. Così facendo il legislatore ha voluto
definitivamente evidenziare l'inscindibile vincolo che lega i due
comportamenti, la cui sinergia è il reale presupposto perchè si realizzi
quel disvalore meritevole della sanzione penale in un sistema che voglia
effettivamente considerarla come extrema ratio dell'intervento repressivo.
Cessa così anche la possibilità che il contribuente infedele venga punito
due volte per quella che, in sostanza, appare come una unica lesione degli
interessi tutelati, come invece è avvenuto, secondo un costume assai
diffuso, nella vigenza del menzionato art.4 l.n.516/82: infatti spesso si è
assistito alla contestazione del concorso tra i reati previsti dalle lettere
d) ed f) della disposizione da ultima citata, senza che nella utilizzazione
de

  Con riguardo all'elemento materiale del reato va subito evidenziato che
l'art.1 co.1 b) del d.lgv. n.74/2000 precisa come l'allocuzione di sintesi
utilizzata nella norma incriminatrice in commento («elementi passivi
fittizi») vada riferita all'espressione numerica con cui nelle dichiarazioni
vengono indicate tutte le componenti che concorrono a determinare in maniera
negativa il reddito o la base imponibile. Non si tratta di mero furore
definitorio, ma di un opportuno tentativo di superare la tradizione secondo
cui si ricorreva, in casi analoghi, all'elencazione delle voci che secondo
la normativa tributaria potevano assumere rilevanza ai fini segnalati. Tali
elenchi sono stati spesso all'origine di incertezze interpretative, oltre a
risultare altrettanto spesso lacunosi, a fronte della costante evoluzione
della legislazione fiscale. Sotto questo profilo quella introdotta è dunque
una norma capace di resistere all'usura del tempo e che lascia ben poco
spazio all'interpretazione.

  E' invece alla lettera a) del citato art.1 che bisogna rivolgersi per
determinare cosa si intenda per fatture e documenti per operazioni
inesistenti: recependo la tradizione normativa e, soprattutto,
l'elaborazione giurisprudenziale relativa alla fattispecie prevista
dall'art.4 d) della l.n.516/1982, il legislatore ha infatti ritenuto
opportuno precisare che tali documenti sono quelli emessi a fronte di
operazioni, in tutto o in parte, non realmente effettuate ovvero contenenti
l'indicazione di corrispettivi o dell'IVA in misura superiore a quella
reale, o, ancora, che riferiscono le operazioni sottostanti a soggetti
diversi da quelli effettivi. E' opportuno ricordare come la norma specifichi
altresì che i documenti equipollenti alle fatture sono solo quelli che
assumono analogo rilievo probatorio sulla base delle norme tributarie, alle
quali dunque deve guardarsi per la loro tipizzazione (ad es.: gli scontrini
fiscali, le ricevute fiscali, le schede carburanti, i documenti di trasporto
ecc.)[31]. Non di men

  Come accennato il fatto tipico consiste nella redazione della
dichiarazione annuale avvalendosi della documentazione falsa, che dunque
deve risultare l'effettiva e diretta causa dell'inattendibilità dei valori
relativi agli elementi passivi in essa contenuti. Il legislatore ha peraltro
opportunamente precisato, al secondo comma dell'art.2, che l'utilizzazione
delle fatture e dei documenti falsi rileva solo quando gli stessi sono
registrati nella contabilità del contribuente o sono comunque da lui
detenuti a fini di prova nei confronti del fisco (quest'ultima postilla si è
resa necessaria per non creare indebite sperequazioni tra i contribuenti
obbligati alla tenuta delle scritture contabili e quelli che da tale obbligo
sono esentati). La disposizione recepisce, in sostanza, lo stato della
giurisprudenza formatasi in relazione al reato di utilizzazione di fatture
per operazioni inesistenti di cui all'art.4 d) della l.n.516/82[33], la cui
condotta tipica però non è sufficiente ad integrare la nuova fattispecie

  Vengono dunque espunte dall'area del penalmente rilevante le condotte di
mera conservazione di documentazione fiscale falsa e di esibizione della
stessa agli organi accertatori, ancorchè risulti che le medesime fossero
finalizzate ad una futura evasione d'imposta (e tali
comportamenti -statisticamente i più ricorrenti nella vigenza della
l.n.516/82-, ai sensi dell'art.6 della novella, non potrà nemmeno essere
configurato come mero tentativo del delitto di dichiarazione fraudolenta,
per l'espresso divieto contenuto nella norma menzionata[34]).

  Ma la disposizione del secondo comma dell'art.2 dequalifica anche la
condotta di chi utilizzi per la redazione della dichiarazione,
documentazione falsa non registrata in contabilità o non detenuta ai fini di
prova nei confronti dell'Amministrazione Finanziaria. La lettera della norma
è assolutamente chiara sul punto, ancorchè sia facile prevedere che la
giurisprudenza tenderà a fornire una interpretazione abbastanza ampia della
condotta di detenzione "probatoria" (ed in effetti non è agevole prevedere
ipotesi in cui il contribuente non conservi i documenti "anche" al fine di
esibirli al fisco, tanto più se su di essi ha fondato la sua dichiarazione,
nel mentre, per altro verso, deve osservarsi che la disposizione non
richiede che registrazione contabile o inizio della detenzione precedano la
redazione della dichiarazione: del resto, anche qualora tali comportamenti
siano tenuti solo a partire da un momento successivo, appaiono comunque
idonei ad ostacolare la funzione di accertamento, purchè i dati contenut

  In definitiva, dunque, il delitto previsto dall'art.2 va qualificato come
reato di mera condotta[35] (ancorchè configurata in forma bifasica),
caratterizzato dalla necessaria presenza del dolo specifico di evasione (sul
punto rinviamo a quanto osservato nel paragrafo precedente; va peraltro
evidenziato che nell'oggetto del dolo deve essere necessariamente ricompresa
la condotta di indicazione nella dichiarazione degli elementi passivi
fittizi, ma anche quella di conservazione della documentazione falsa in una
delle forme qualificate dal secondo comma della norma incriminatrice). Il
momento consumativo del reato va individuato in quello in cui la
dichiarazione contenente le indicazioni fittizie viene presentata
all'Amministrazione Finanziaria[36].

  Il terzo comma della norma in commento contempla, infine, una circostanza
attenuante ad effetto speciale del reato di dichiarazione fraudolenta, per
l'ipotesi in cui l'ammontare complessivo degli elementi passivi fittizi
indicati sulla scorta della documentazione falsa risulti inferiore ai
trecento milioni (e dunque, contrariamente alle altre fattispecie
contemplate dal Capo I, viene in conto  l'entità degli elementi reddituali o
imponibili e non dell'imposta evasa). La previsione dell'attenuante -che
comporta un abbattimento sensibile delle pene edittali- sebbene opportuna
alla luce della severità delle sanzioni previste per la fattispecie base,
suscita qualche perplessità. Se, infatti, è vero che la legge delega non
aveva sollecitato l'introduzione di soglie di punibilità per la
dichiarazione fraudolenta fondata sulle foi, è altrettanto vero che la
lettera a) dell'art.9 della l.n.205/99 aveva limitato, sul punto,
l'intervento penale alle sole «fattispecie....caratterizzate da rilevante
offensività per gli

  La scelta di configurare l'ipotesi più grave come fattispecie base e di
attribuire ai fatti di minore offensività mera valenza di attenuazione del
trattamento sanzionatorio non è, peraltro, inedita e già apparteneva, ad
esempio, all'impianto del reato di frode fiscale contemplato dall'art.4
della l.n.516/82. In realtà il fine dichiarato del legislatore delegato[37]
è quello di evitare che attraverso il giudizio di comparazione ex art.69
c.p. si finisca per svuotare di efficacia l'intervento repressivo.

  In conclusione deve annotarsi che, sulla scorta dei pareri parlamentari
acquisiti successivamente alla presentazione del primo schema del d.lgv., il
legislatore delegato ha deciso di abbassare il limite inferiore
dell'intervallo di pena stabilito per il reato in esame, che, dunque, è
sceso da due anni di reclusione ad un anno e sei mesi. Immutata invece è
rimasta la previsione del massimo edittale (sei anni), limite che,
diversamente da quanto avveniva in passato per le fattispecie di frode
fiscale contemplate dalla l.n.516/1982, consente ora al Pubblico Ministero
di ricorrere, nel corso delle indagini preliminari, allo strumento delle
intercettazioni telefoniche. La scelta (strenuamente difesa nella relazione
governativa) suscita invero qualche perplessità (ancorchè sia legittimata
dalla legge delega), giacchè non di rado il reato di frode fiscale risulta
accessorio di altre fattispecie (si pensi, ad esempio, a quella di false
comunicazioni sociali ex art.2621 c.c.) i cui limiti di pena impediscono il
ricor

  4. Dichiarazione fraudolenta mediante altri artifici.  Come accennato nel
paragrafo precedente, l'art.3 del d.lgv. n.74/2000 contiene la seconda
fattispecie di dichiarazione fraudolenta, quella qualificata dal ricorso ad
artifici diversi dall'utilizzazione di fatture e documenti relativi ad
operazioni inesistenti.

  La norma in commento, infatti, punisce chi indica nelle dichiarazioni
annuali elementi attivi inferiori a quelli reali o elementi passivi fittizi,
fondandosi su una falsa rappresentazione contabile e servendosi di qualsiasi
mezzo fraudolento idoneo ad avvalorarla ostacolandone l'accertamento.

  La disposizione in commento non ha peraltro, come potrebbe sembrare ad una
prima lettura, natura di mera norma di chiusura, pur ricordando nei
contenuti (e inevitabilmente anche nella funzione) quella dell'art.4 f)
l.n.516/82. Infatti, il fatto tipico descritto vanta peculiarità che portano
ad escludere un rapporto di pura concentricità con la fattispecie
disciplinata dal precedente art.2.

  Effettivamente i limiti edittali di pena previsti dalle due norme sono
identici ed è lo stesso, come già osservato in precedenza, anche l'elemento
psicologico richiesto per la sussistenza del reato. Non di meno, in entrambe
i casi, l'incriminazione è imperniata sulla presentazione di una
dichiarazione mendace e sulla creazione fraudolenta di una realtà
artificiosa che la sostenga. Ma le similitudini finiscono qui e la
differenza tra le due fattispecie non va ricercata solamente nel generico
riferimento ai mezzi fraudolenti, contenuto nella norma in commento, a
fronte della specifica individuazione delle fatture e degli altri documenti
riferiti ad operazioni inesistenti emergente, invece, dall'art.2.

  Confrontando le due disposizioni va, infatti, evidenziato come nell'art.3
il legislatore richieda, ai fini della sussistenza del reato, la falsa
rappresentazione contabile dei valori non veritieri destinati ad essere
indicati nella dichiarazione. La registrazione contabile della frode, che
nell'art.2 è una delle possibili modalità di consumazione del reato (quando
le foi o gli altri documenti vengono annotati nelle scritture), diviene qui
un tramite necessario per il perfezionamento della fattispecie, che implica
una imprescindibile corrispondenza tra dichiarazione mendace e risultanze
contabili (ed è proprio in questa specularità che si annida l'insidia per la
funzione di accertamento che giustifica l'intervento penale). Ne discende,
tra l'altro, che solo i contribuenti sottoposti all'obbligo di tenuta dei
registri contabili potranno commettere il reato in esame[38], risultando di
fatto impossibile per gli altri fornire quella falsa rappresentazione delle
scritture essenziale per la perfezione della fattisp

  Sempre con riguardo agli elementi che differenziano la fattispecie
prevista dall'art.3 da quella del precedente art.2, deve evidenziarsi come
nella prima (e non, come già illustrato, nella seconda) oggetto della falsa
rappresentazione nella dichiarazione non siano solo gli elementi passivi
fittiziamente creati, ma altresì quelli attivi indicati in maniera inferiore
al loro effettivo ammontare. E la diversa configurazione della condotta
tipizzata appare del tutto coerente, alla luce del contenuto vincolato delle
foi e degli altri documenti "probatori" che costituiscono l'oggetto della
seconda incriminazione.

  Inoltre, come ricordato nel paragrafo precedente, ulteriore momento di
"separazione" dei due reati deriva dal condizionamento di quello previsto
dall'art.3 al superamento di determinate soglie quantitative. Sono previste
due soglie (ed anche in questo caso la scelta è vincolata dalle istruzioni
contenute nella legge delega: cfr. art.9 b) nn.1 e 2 l.n.205/99): una
connessa all'accertamento di un'evasione d'imposta superiore a
centocinquanta milioni di lire (valore innalzato dal legislatore delegato,
rispetto a quello indicato nello schema preliminare, in conformità al parere
espresso dalle Commissioni parlamentari); l'altra legata all'alternativa che
l'ammontare degli elementi attivi occultati (anche eventualmente a causa
dell'esposizione di elementi passivi fittizi) sia superiore al 5% di quello
complessivo ovvero a tre miliardi di lire. Le due condizioni, previste dalle
lettere a) e b) della norma in commento, operano congiuntamente, cosicchè
andrà esente da pena chi abbia comunque determinato un'evasione d

  Sempre con riguardo alla prima delle due soglie introdotte dal legislatore
delegato va rammentato che per imposta evasa, ai sensi dell'art.1 co.1 f)
del d.lgv. n.74/2000, deve intendersi la differenza tra l'imposta
effettivamente dovuta e quella autoliquidata nella dichiarazione, ovviamente
al netto degli eventuali versamenti effettuati. L'utilizzo da parte del
legislatore dell'avverbio effettivamente consente di ritenere che nel
calcolo dell'imposta debba tenersi conto dei costi di produzione del reddito
occultato[39], purchè, ovviamente, inerenti e «di competenza». Come si
ricorderà la questione inerente alla deducibilità dei costi neri è stata una
delle più dibattute nella vigenza dell'art.4 n.7 l.n.516/1982, che
subordinava la punibilità della frode fiscale consumata attraverso la
dichiarazione, all'alterazione in misura rilevante della stessa[40].
L'assenza di parametri precisi e il conseguente ampio margine di
discrezionalità rimesso al giudice penale nell'accertamento della soglia di
rilevanza penale

  Ed in proposito va sottolineato ancora che la prova dei costi non
registrati, non avrà nel processo penale gli stessi vincoli che il
contribuente incontra in sede amministrativa, cosicchè l'imputato potrà
fornirla con qualsiasi mezzo, purchè idoneo. Va da sé che, qualora la stessa
non dia garanzie sufficienti o, peggio, non venga fornita del tutto,
l'imposta dovuta verrà calcolata con riguardo ai ricavi e non al reddito.

  Quanto, infine, ai mezzi fraudolenti, cui l'autore del reato deve
necessariamente ricorrere, va ricordato che gli stessi devono essere idonei
ad ostacolare l'accertamento della falsa rappresentazione dei componenti
attivi e passivi svolta nelle scritture contabili. Come accennato è questo
l'elemento caratterizzante la fattispecie, lo spartiacque tra la mera
omissione contabile (che, ancorchè  recepita nella dichiarazione, diviene a
seguito della riforma penalmente irrilevante, salvo che non possa
configurarsi il meno grave reato di dichiarazione infedele) e i
comportamenti effettivamente fraudolenti, dove l'apparenza contabile è
assistita da espedienti artificiosi, idonei ad attribuirle maggiore
credibilità. Dunque, deve ritenersi estranea all'oggetto dell'incriminazione
la condotta di chi si limiti ad omettere la registrazione contabile o la
fatturazione di operazioni fiscalmente rilevanti[41], condotte che
eventualmente costituiranno il prodromo dell'eventuale dichiarazione
infedele che il contribuente si

  Ad onor del vero, va sottolineato che l'attuale testo dell'art.3
costituisce l'approdo di un percorso normativo tutt'altro che lineare.
Infatti, la corrispondente norma dello schema preliminare del d.lgv.
n.74/2000 stabiliva che «il fatto si considera commesso con mezzi
fraudolenti quando l'indicazione non veritiera si fonda sulla falsa
rappresentazione degli elementi attivi o passivi nelle scritture contabili
obbligatorie o nel bilancio, conseguente alla violazione degli obblighi di
fatturazione o di registrazione....o ad altri artifici idonei ad ostacolare
l'accertamento della falsità». Questa formulazione ha destato -giustamente-
non poche perplessità, tanto da indurre le Commissioni parlamentari a
sollecitare il Governo a mutare l'impostazione della norma incriminatrice,
temendo che la stessa fosse viziata da eccesso di delega.

  In buona sostanza l'originario testo dell'art.3 attribuiva natura
fraudolenta anche al comportamento di chi crea una falsa apparenza contabile
violando le disposizioni tributarie dettate in materia di annotazione dei
corrispettivi. Il problema è che in quest'ambito finiva per dover essere
sussunta, inevitabilmente, anche la condotta di chi semplicemente omette, in
tutto o anche solo in parte, l'annotazione dell'operazione attiva, giacchè
questa pur sempre costituisce una violazione di un obbligo in materia di
fatturazione o registrazione.

  E' chiaro che il risultato cui mirava il legislatore delegato era quello
di attrarre nell'alveo della fattispecie incriminatrice il diffuso fenomeno
della sottofatturazione, sulla base della condivisibile intuizione che il
potenziale lesivo insito in tali pratiche è identico a quello della
documentazione attestante operazioni inesistenti. D'altra parte risulta
evidente che l'iniziativa rappresentava una  forzatura della legge delega,
che aveva imposto l'elaborazione di fattispecie caratterizzate dalla
fraudolenza dei fatti criminosi, non riscontrabile in comportamenti
meramente omissivi come quelli menzionati (ed in proposito è sufficiente
richiamare la nota giurisprudenza costituzionale formatasi sulle analoghe
problematiche poste dall'art.4 n.7 l.n.516/82 antecedentemente alla sua
modifica ad opera della l.n.154/91[42]).

  Il legislatore delegato ha dunque recepito, nel testo definitivo del
d.lgv., le obiezioni mosse in sede parlamentare, eliminando l'equazione
secondo cui la violazione delle norme contabili configura l'artificio
richiesto per la sussistenza del reato. Peraltro deve rilevarsi che la
Relazione che accompagna la novella[43] rimane tuttora ambigua sul punto,
prospettando spazi interpretativi, anche nel nuovo testo dell'art.3, che
consentirebbero di attribuire rilevanza a particolari condotte omissive,
come quelle caratterizzate dalla sistematicità dei comportamenti. Senza
dubbio, invece, rientrano tra i mezzi fraudolenti dell'art.3 le falsità
materiali ad oggetto i documenti menzionati dall'art.2: commentando
quest'ultimo si è infatti già evidenziato come, ai fini della
configurabilità del delitto introdotto da questa norma, rilevino
esclusivamente le fatture e i documenti ideologicamente falsi.


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  [1] In proposito si v. per tutti CARACCIOLI, I reati tributari. Norme
generali. Imposte dirette. IVA, Milano, 1980, 93 e e ss.

  [2] Sul punto, tra le tante, v. Cass. Ss.uu. 6.7.1990, in Cass.pen., 1991,
45 e, da ultimo, Cass. 15.6.1998, in Riv. Pen., 1998, 758. Con riguardo alla
sterminata produzione dottrinale sulle linee strutturali della riforma del
1982 ci limitiamo a rinviare ad ANTOLISEI, Manuale di diritto penale. Leggi
complementari, Milano, 1990, 767 e ss.

  [3] In questo senso, del resto, si era espresso l'Esecutivo nella
Relazione che accompagnò alla conversione il d.l. n.429/1982.

  [4] V. in proposito TRAVERSI, I reati tributari in materia di imposte
dirette e di IVA, Milano, 1986, 50 e ss.; TRAVERSI  - GENNAI, I nuovi
delitti tributari, Milano, 2000, 11.

  [5] Ed in proposito in dottrina si è giunti ad ipotizzare, sebbene assai
sommessamente, che la stessa introduzione della pregiudiziale tributaria sia
stata in realtà appositamente programmata proprio al fine di paralizzare il
sistema penale tributario: in questo senso v. GROSSO, L'evasione fiscale,
Torino, 1980, 52.

  [6] In realtà l'intervento legislativo del 1982 (effettuato, in prima
battuta, in via d'urgenza attraverso il d.l. n.429/1982, successivamente
convertito nella l.n.516/1982) venne determinato proprio dalla progressiva
erosione dell'operatività della pregiudiziale tributaria ad opera della
Corte Costituzionale, che nello stesso anno (v. sent. n.88 e 89 del
12.5.1982 in Giust. Pen., 1982, I, 193 e ss.) dichiarò l'illegittimità degli
artt.21 e 60 della l.n.4/1929 e dell'art.58 d.P.R. n.633/1972, annullando in
una sola tornata la vincolatività nel procedimento penale dell'accertamento
dell'imposta divenuto definitivo in sede tributaria e la subordinazione
dell'esercizio dell'azione penale per il reato di fatturazione per
operazioni inesistenti all'esaurimento del procedimento amministrativo di
accertamento del tributo. Successivamente il giudice delle leggi ha
completato la sua opera con la sent. n.258 del 12.6.1991 (in
Riv.trim.dir.pen.ec., 1991, 801), con cui ha definitivamente cancellato il
meccanismo della p

  [7] Invero previsto dalla dottrina già all'indomani della sua entrata in
vigore: si v. ad esempio le puntuali critiche mosse da CORSO, in AA.VV.,
Lineamenti del processo penale tributario, Milano, 1984, 287.

  [8] E dal cui seminato il legislatore del 1982 si era imprudentemente
allontanato: in proposito cfr. BRICOLA, in AA.VV., Responsabilità civile,
penale e tributaria del professionista, Marciano di Romagna, 1984, 20.

  [9] Per quanto concerne la fattispecie di omissione della dichiarazione
prevista dall'art.5 del d.lgv. n.74/2000, solo apparentemente il discorso
muta: se è vero che l'imposta evasa finisce per coincidere puramente e
semplicemente con quella dovuta in astratto, è altrettanto vero che ancora
una volta l'essenza dell'incriminazione è concentrata sulla dichiarazione,
in questo caso omessa. E' solo attraverso la sua mancata presentazione nei
termini stabiliti dalla legge tributaria che si ostacola, infatti, l'Erario
nella sua attività di verifica della legittimità dell'eventuale mancato
versamento dell'imposta.

  [10] Così TRAVERSI - GENNAI, I nuovi delitti tributari, Milano, 2000, 133.

  [11] Al quale il legislatore prevede si conformerà la successiva condotta
del contribuente, che è ragionevole ritenere verserà solo l'imposta indicata
nella dichiarazione e non quella effettivamente dovuta. Peraltro lo stesso
legislatore, pur  concentrando l'intervento repressivo sulla fase
antecedente a quella della riscossione del tributo, ha doverosamente
inserito (memore della negativa esperienza operativa della l.n.516/1982) un
correttivo che avvicina le fattispecie incriminatici in esame al bene
giuridico finale: infatti, come accennato nel testo, per l'art.1 f) del
d.lgv. n.74/2000 il calcolo dell'imposta evasa, da cui dipende la concreta
rilevanza penale delle condotte tipizzate, è condizionato dall'entità del
tributo effettivamente pagato dal contribuente. L'evasione potenziale
risultante dalla dichiarazione deve dunque sostanzialmente coincidere con
quella realmente seguita alle condotte fraudolente o infedeli tenute dal
contribuente, ancorché quest'ultima rimane il mero obiettivo cui le stesse
dev

  [12] Cfr. con riguardo al contenuto del fine di evasione contemplato dal
previgente art.4 l.n.516/1982, Cass. 3.2.1999, in Guida al diritto, 1999,
n.22, 119.

  [13] E in proposito val la pena ricordare che la previsione di un dolo
specifico costituiva vincolo ineludibile per il legislatore delegato, in
ragione della espressa indicazione in tal senso contenuta  nella  legge
delega.

  [14] Ancorchè sotto forma di indebito rimborso o di costituzione di un
inesistente credito d'imposta.

  [15] PISTORELLI, Quattro figure contro il contribuente infedele, in Guida
al diritto, 2000, n.14, 60. Con riguardo alle soglie quantitative
contemplate dall'art.1 della l.n.516/1982 alle stesse conclusioni in
dottrina era pervenuto GROSSO, Commento al d.l. 10 luglio 1982 n.429, in
Legisl.pen., 1983, 25.

  [16] E in proposito sorprende non poco l'obiter dictum, contenuto nella
Relazione di accompagnamento al d.lgv. (cfr. Rel. schema d.lgv., 3.1.2, 9),
secondo cui le soglie quantitative sarebbero veri e propri «elementi
costitutivi del reato» e, in quanto tali, oggetto del dolo.

  [17] Corte Cost. 15.5.1989, n.247, in Riv.trim.dir.pen.ec., 1989, 403, con
nota critica di FLORA, Prime impressioni sulla sentenza costituzionale in
materia di frode fiscale: davvero riuscita l'operazione di "ortopedia
giuridica"?.

  [18] In particolare, nella pronunzia menzionata alla nota precedente, la
Corte sottolineava, tra l'altro, come il disvalore proprio della condotta
descritta nell'art.4 n.7 già esauriva il contenuto offensivo del fatto
incriminato, che dunque prescindeva dalla misura dell'alterazione,
circostanza valorizzata dal legislatore per motivi di opportunità al fine di
restringere la sfera di intervento della norma incriminatrice. Ciò posto la
Corte ha pertanto ritenuto di dove escludere che la misura dell'alterazione
fosse oggetto del dolo richiesto per la sussistenza del reato di frode
fiscale.

  [19] In questo senso, ad esempio, TRAVERSI - GENNAI, op.ult.cit., 126 e
ASSUMMA, Con la "cura dimagrante" della depenalizzazione il fisco si concent
ra solo sulle grandi cifre, in Guida al Diritto, 2000, n.14, 55. Nello
stesso senso, del resto, si è espressa la Relazione di accompagnamento al
d.lgv. n.74/2000 (Rel. schema d.lgv., 3.1.2, 9), secondo cui le soglie
quantitative sarebbero veri e propri «elementi costitutivi del reato» e, in
quanto tali, rientrerebbero nell'oggetto del dolo.

  [20] V. ad es. MAMBRIANI, Reati tributari, in Dig. Pen., 1996, XI, 131 e
BIFFANI, Commento all'art.1, 2°, 3° e 4° comma, in CARACCIOLI-GIARDA-LANZI,
Diritto e procedura penale tributaria, Padova, 1989, 40. In proposito si è
efficacemente sottolineato come più correttamente, invece che di soglie di
punibilità, dovesse parlarsi di "soglie di rilevanza penale", evidenziandosi
così maggiormente il carattere immanente all'elemento oggettivo del reato
delle medesime: in questo senso BRICCHETTI-DE RUGGERO, I reati tributari,
Milano, 1999, 7.

  [21] V. ASSUMMA, op.loc.ult.cit.

  [22] A prescindere da ogni pur legittima riflessione circa l'effettiva
idoneità di tali caratteri nel definire la categoria delle condizioni di
punibilità, anche alla luce dell'evoluzione che il concetto giuridico di
"condizione" ha subito nel corso degli ultimi decenni, soprattutto
nell'ambito del diritto civile.

  [23] Cfr. TRAVERSI - GENNAI, op.loc.ult.cit.

  [24] Categoria elaborata dalla dottrina più recente in contrapposizione a
quella delle condizioni c.d. intrinseche o a contenuto offensivo: in
proposito v. MANTOVANI, Diritto penale, 1988, 369; ANGIONI, Condizioni di
punibilità e pincipio di colpevolezza, in Riv.it.dir.proc.pen., 1989, 1440 e
ss.

  [25] Sul punto v. MARINUCCI - DOLCINI, Corso di diritto penale, 1, 1999,
505 e Corte Cost. n.1085/88 in Cass.pen. 1989, 758.

  [26] In proposito, con riguardo alle soglie previste nella l.n.516/1982,
v. Cass. 27.10.1998, in Il fisco, 1999, 3083, con nota di IZZO.

  [27] Cfr. CARACCIOLI, Reati fiscali: ritorna la forte tentazione di
resuscitare la pregiudiziale tributaria, in Guida al Diritto, 2000, n.5, 13
e TRAVERSI - GENNAI, op.cit., 129.

  [28] Ed è questa un'altra delle sostanziali novità della nuova normativa
rispetto a quella previgente: infatti l'unica ipotesi di frode fiscale
fondata sulla dichiarazione (e cioè quella prevista dall'art.4 n.7, prima, e
dall'art.4 f), successivamente alla riforma compiuta attraverso la
l.n.154/1991), faceva esclusivo riferimento alla dichiarazione annuale dei
redditi e non anche a quella in materia di imposta sul valore aggiunto.

  [29] Si tratta di quella contenuta nell'art.9 co.2 b) l.n.205/99, che,
peraltro, come si legge nella Relazione governativa, è stata interpretata
«in senso puntuale e restrittivo».

  [30] In questo senso v. GIP Milano, 4.11.1997, in  Riv.trim.dir.pen.ec.,
1997, 1431.

  [31] Cfr. BRICCHETTI - DE RUGGIERO, op.cit., 209.

  [32] Distinzione presente, invece nell'art.4 della l.n.516/82, che aveva
espressamente distinto le due ipotesi alle lettere a) e d).

  [33] In proposito si v. per tutte Cass. sez.un. 3.2.1995, Aversa, in
Riv.trim.dir.pen.ec., 1995, 1030.

  [34] L'art.6 del d.lgv. n.74/2000 prevede, infatti, che i delitti di cui
ai precedenti artt.2, 3 e 4 non siano «comunque punibili a titolo di
tentativo». La disposizione, opportunamente perentoria nei toni, mira ad
evitare che l'individuazione, operata dalla riforma, del momento consumativo
dei succitati reati in quello di presentazione della dichiarazione, possa
promuovere orientamenti giurisprudenziali tesi ad attribuire in qualche modo
rilevanza all'attività del contribuente infedele che la precede. Si è voluto
così ribadire che il baricentro di queste fattispecie si concentra
esclusivamente nell'atto di comunicazione all'amministrazione finanziaria
dei dati non veritieri, sottolineando che gli atti prodromici all'evasione
non hanno rilevanza penale autonoma, se non nei casi espressamente previsti
dalle norme incriminatrici del Capo II della novella. D'altra parte si è
ripetutamente sottolineato come l'impostazione della riforma tenda a
sovvertire la filosofia che ispirò il legislatore della l.n.516/82 e

  [35] Nello stesso senso TRAVERSI - GENNAI, op.cit., 167.

  [36] Con l'eccezione dell'ipotesi in cui la documentazione predisposta a
supporto della dichiarazione mendace sia stata acquisita successivamente
alla sua presentazione, ma, ovviamente, prima di una eventuale verifica da
parte dell'amministrazione finanziaria

  [37] Cfr. Relazione governativa d.lgv., 3.1.1, 7

  [38] In questo senso v. TRAVERSI - GENNAI, op.cit., 182.

  [39] Nello stesso senso v. TRAVERSI - GENNAI, op.cit., 130.

  [40] Per una dettagliata illustrazione della problematica e per una
completa rassegna della dottrina e della giurisprudenza in merito rinviamo a
DELL'ANNO - TITO,  I reati tributari in materia di imposte dirette e IVA,
Milano, 1992, 588 e ss., nonché a BRICCHETTI - DE RUGGIERO, op.cit., 282.

  [41]  Nello stesso senso v. TRAVERSI - GENNAI, op.cit., 186.

  [42] V. in proposito Corte Cost. 17.1.1991 n.35 in Riv.trim.dir.pen.ec.,
1991, 250.

  [43] Cfr. Relazione governativa, 3.1.2, 8.


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