Ancora sugli aspetti giuridici della LAR

Francesco Gradozzi gradozzi a STUDIOLEGALEBORGIANI.IT
Mar 29 Ott 2002 12:16:07 CET


Buongiorno a tutti,

    ho seguito con molto interesse la discussione sulla LAR e, nonostante
sia fermamente convinto della necessità di una semplificazione nel processo
di registrazione dei domini .IT , non posso non condividere le puntuali
argomentazioni giuridiche addotte da Gianluca Navarrini, con particolare
riferimento alla natura ed alla valenza delle regole di naming.

    Queste ultime, come Navarrini ha efficacemente esposto, rilevano come
semplice "contractus", che per definizione "ha forza di legge tra le parti"
(art. 1372 c.c.), e solo tra di esse, aggiungerei. Dette regole, non essendo
state promulgate da organi legislativi, non sono opponibili a chiunque, ma
solamente ed esclusivamente a chi le abbia espressamente accettate (a questo
riguardo l'esempio fatto da Navarrini con i CCNL è illuminante). E' un po'
quello che accade con gli statuti delle associazioni (soprattutto nei
sistemi legali di common law), i quali vengono considerati dall'ordinamento
statale alla stregua di semplici contratti idonei a vincolare solamente gli
associati (e sempreché il contenuto dei regolamenti non sia contrario a
norme imperative).

   Con questo mio intervento, tuttavia, non intendo ripetere quello che è
stato già detto, ma fare questa riflessione: posto che il problema
principale è quello di dimostrare che il registrante abbia accettato le
regole di naming, mi domando: dal momento che il tipo di contratto di cui
discutiamo (registrazione di un dominio .IT e mantenimento del medesimo nel
rispetto delle regole dettate dalla NA) non deve essere obbligatoriamente
concluso in forma scritta (non rientrando nelle ipotesi tassativamente
previste dall'art. 1350 c.c.), potendosi perfezionare in altre forme (anche
per comportamento concludente, ad esempio, ex art. 1327 c.c.), perché non
applicare in via analogica al medesimo - in attesa della firma digitale - la
disciplina fino ad oggi "confezionata" per l'e-commerce diretto? I contratti
on-line stipulati senza firma digitale (quella di cui al D.P.R. 445/2000,
per intenderci) sono all'ordine del giorno e la dottrina giuridica, dopo non
poche incertezze e difficoltà, ne ha ammesso la validità argomentando sui
seguenti punti in ordine all'identificabilità dei contraenti (e quindi alla
dimostrabilità dell'accettazione delle condizioni contrattuali):
    1) INDIRIZZO DI POSTA ELETTRONICA (laddove il contratto venga concluso
mediante scambio di e-mail): secondo l'art. 10 del D.P.R. 445/2000, il
documento informatico "ha l'efficacia probatoria prevista dall'articolo 2712
del codice civile, riguardo ai fatti ed alle cose rappresentate". Ciò
significa che il messaggio di posta elettronica fa prova di quanto in esso
contenuto a condizione che non venga disconosciuto dal mittente. Secondo l'
art. 14 del D.P.R. 445/2000, inoltre, "il documento informatico trasmesso
per via telematica si intende inviato e pervenuto al destinatario, se
trasmesso all'indirizzo elettronico da questi dichiarato". Alla luce di tale
impianto normativo qualcuno ha definito l'email come "domicilio virtuale";
    2) INDIRIZZO IP: è noto che l'elaboratore dal quale proviene la proposta
o l'accettazione contrattuale può essere identificato mediante l'indirizzo
IP assegnato dal provider a ciascun utente. In tal caso si ritiene che la
responsabilità contrattuale colpisca colui il quale è giuridicamente
responsabile della custodia del computer (disciplina analoga al Telex e al
Fax).
    3) INFORMAZIONI FORNITE DAL CONTRAENTE: la comunicazione da parte del
contraente di informazioni riservate (es. numero della carta di credito),
unitamente ad informazioni personali (es. data di nascita, indirizzo, codice
fiscale, n. del cellulare, etc.), fa si che l'utente possa essere
individuato in maniera quasi certa.

    Alla luce di quanto sin qui esposto, e prendendo in considerazione tutti
gli elementi sopra indicati, posso immaginare (peraltro in modo ancora molto
grossolano) questo tipo di soluzione:
    a) la RA riceve via email una richiesta di registrazione di un dominio
.IT da parte di un "aspirante registrante";
    b) dinanzi a questa richiesta la RA invia al richiedente, all'indirizzo
email da questi dichiarato, un messaggio contenente le regole di naming
chiedendo di accettarle espressamente mediante un messaggio di risposta;
    c) il richiedente invia un reply al messaggio della RA, nel quale deve
indicare una serie di informazioni personali (in questo caso non c'è obbligo
di chiedere il consenso ai sensi della L. 675/96, trattandosi di obbligo
contrattuale) e dichiarare di accettare senza riserve le regole che gli sono
state spedite e che dichiarea di aver letto e compreso.

    Nel caso dovessero insorgere contestazioni in ordine alla accettazione
da parte del registrante delle regole di naming, la RA potrà avvalersi degli
elementi sopra descritti, e di tutti quelli che il processo civile gli mette
a disposizione, per provare l'identità del contraente e, giocoforza,
l'accettazione delle regole.

    In questo scenario, tuttavia, mal si collocano le clausole c.d.
vessatorie, le quali non possono di certo considerarsi regolarmente accolte
dai contraenti, non avendole essi sottoscritte come il codice prescrive.

    A tal utlimo riguardo, tuttavia, mi permetto di dissentire da chi
sostiene che nella maggior parte dei casi di registrazione di domini si
debbano applicare le norme sulla tutela dei consumatori: a mio avviso,
infatti, l'imprenditore o il professionista che registra un dominio per la
propria azienda o per la propria attività non agisce "per scopi che possono
considerarsi estranei alla propria attività professionale" (art. 2 D.Lgs
50/92) o "per scopi non riferibili all'attività professionale eventualmente
svolta" (art. 1 D.Lgs 185/99)...

    Per il momento mi fermo qui, sperando di non avervi confuso troppo le
idee... :-)

    Cordiali saluti a tutti.

    Francesco Gradozzi.



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