DOCUMENTO BOZZA PROPRIETA' INDUSTRIALE (lunghissimo)

avv. gianluca navarrini avv.navarrini a TIN.IT
Lun 5 Gen 2004 20:55:55 CET


ambrosini a ANDREAMONTI.NET wrote:
> Salve a tutti,
>
> Come concordato, invio il documento di commento alla bozza di codice
> dei diritti di proprieta' industriale, redatto a partire dalle
> posizioni comuni che sono emerse dai contributi di tutti noi.

Ciao Alessia,
Salve a tutti
sto lavorando ad un articolo di commento agli artt. 118 e ss. del codice in
oggetto.
Il lavoro è ancora allo stato embrionale (e si vede) e mancano intere parti
(ad esempio quella sulla famigerata commissione nazionale di cui all'art.
123). Speravo di potertene inviare una bozza meno indecorosa, ma non ho
fatto in tempo, tra un panettone ed un pandoro ;-), a dare una forma
migliore al mio pensiero.
Invio qui di seguito, pertanto, brandelli di discorso, sperando che sia
possibile raccapezzarcisi. Chiedo in anticipo scusa per errori ed
inesattezze non solo di digitazione (sto ancora studiando... e non è detto
che non ne esca rivoluzionata la stessa impostazione attuale).
Cordialmente
Gianluca Navarrini

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Avv. Gianluca Navarrini
Dottore di Ricerca in Diritto Processuale Civile - Università di Napoli
"Federico II"
Studio Legale De Propris
00137 - Roma, via U. Ojetti, 79
Tel. 06.8276309 - Fax 06.8274445
avv.navarrini a tin.it
http://www.studiodepropris.it


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1. Premessa. - La redazione del codice dei diritti di proprietà industriale
(d'ora in avanti cod. prop. ind.) - presentato ufficialmente il 4 dicembre
2003 dal Ministro per le attività produttive - rappresenta in sé e per sé un
lodevole tentativo di unificazione e razionalizzazione della materia, finora
disciplinata dal codice civile e da leggi extravaganti. A tal fine, infatti,
le Camere avevano delegato l'Esecutivo con l'art. 15 della l. 12 dicembre
2002, n. 273, il cui primo comma dispone che «il Governo è delegato ad
adottare, entro diciotto mesi dalla data di entrata in vigore della presente
legge, sentite le competenti Commissioni parlamentari, uno o più decreti
legislativi per il riassetto delle disposizioni vigenti in materia di
proprietà industriale, nel rispetto dei seguenti princípi e criteri
direttivi:
a) ripartizione della materia per settori omogenei e coordinamento, formale
e sostanziale, delle disposizioni vigenti per garantire coerenza giuridica,
logica e sistematica;
b) adeguamento della normativa alla disciplina internazionale e comunitaria
intervenuta;
c) revisione e armonizzazione della protezione del diritto d'autore sui
disegni e modelli con la tutela della proprietà industriale, con particolare
riferimento alle condizioni alle quali essa è concessa, alla sua estensione
e alle procedure per il riconoscimento della sussistenza dei requisiti;
d) adeguamento della disciplina alle moderne tecnologie informatiche;
e) riordino e potenziamento della struttura istituzionale preposta alla
gestione della normativa, con previsione dell'estensione della competenza
anche alla tutela del diritto d'autore sui disegni e modelli, anche con
attribuzione di autonomia amministrativa, finanziaria e gestionale;
f) introduzione di appositi strumenti di semplificazione e riduzione degli
adempimenti amministrativi;
g) delegificazione e rinvio alla normazione regolamentare della disciplina
dei procedimenti amministrativi secondo i criteri di cui all'articolo 20
della legge 15 marzo 1997, n. 59;
h) previsione che la rivelazione o l'impiego di conoscenze ed esperienze
tecnico-industriali, generalmente note e facilmente accessibili agli esperti
e operatori del settore, non costituiscono violazioni di segreto aziendale».
Sulla base della testé citata legge di delega, il Ministero delle attività
produttive ha predisposto un testo articolato in 236 articoli distribuiti in
sette libri. Il primo, intitolato «Disposizioni generali e principi
fondamentali», si compone degli articoli da 1 a 6, e disciplina gli aspetti
comuni a tutti i diritti di proprietà industriale; il secondo libro,
intitolato «Norme relative all'esistenza, all'ambito e all'esercizio dei
diritti di proprietà industriale», si estende dall'art. 7 all'art. 124, ed è
diviso, a sua volta, in nove sezioni, ciascuna dedicata ad un particolare
diritto di proprietà industriale; il terzo libro, dall'art. 125 all'art.
151, è dedicato alla «Tutela giurisdizionale dei diritti di proprietà
industriale»; il quarto, suddiviso in quattro sezioni, si dipana dall'art.
152 all'art. 198 e pone la disciplina dell'«Acquisto e mantenimento dei
diritti di proprietà industriale e relative procedure»; il quinto libro,
dedicato alle «Procedure speciali», si estende dall'art. 199 all'art. 205;
il sesto, dall'art. 206 all'art. 227, detta la disciplina dell'«Ordinamento
professionale» dei consulenti in proprietà industriale; il settimo ed ultimo
libro è intitolato alla «Gestione della proprietà indutriale» ed è diviso in
due sezioni contenenti gli ultimi articoli della bozza (dal 228 al 236).
Salta agli occhi, nell'attuale stesura, la completa mancanza di norme finali
e transitorie (a parte quelle sparse qua e là nel codice stesso, tra cui -
come vedremo - l'art. 124), onde consentire il coordinamento del nuovo testo
con quelli attualmente in vigore.
La novità assoluta, nel quadro della disciplina dei diritti della proprietà
industriale, è costituita dagli articoli 118 e ss., dedicati ai nomi a
dominio, al cui esame sono dedicate le pagine successive.

2. Osservazioni preliminari. - Occorre, in primo luogo, prendere atto che
gli artt. 118 e ss. sono vergati in un italiano stentato ed involuto, che
non facilita certamente la comprensione dei concetti e delle regole poste,
tanto più allorché queste mirano a disciplinare una materia fino ad oggi del
tutto negletta, come quella dei nomi a dominio. Sul punto, ad esempio, non
può non rilevarsi come l'espressione «essere titolare di una designazione
alfanumerica», significa essere titolare delle parole e dei numeri. Il che è
davvero un non-senso.
Visto il presidio posto alle libertà di comunicazione, in qualsiasi sua
forma, e di manifestazione del pensiero «con la parola, lo scritto e ogni
altro mezzo di diffusione» (artt. 15 e 21 Cost.), ritengo che non vi possa
essere alcuno autorizzato ad utilizzare i numeri e le parole legittimamente,
ad esclusione di altri, giacché tutti possono liberamente (e dunque
legittimamente) utilizzare ogni singolo lemma del vocabolario e possono, a
loro piacimento, inventare parole nuove.
Le uniche «designazioni alfanumeriche» (per dirla astrusamente con l'anonimo
redattore della bozza) che tollerano simili titolarità sono i nomi propri e
le denominazioni di persone giuridiche e degli altri enti ed i segni
distintivi commerciali. Questi possono essere utilizzati solo a patto di non
violare il corrispondente diritto del titolare del nome o del segno
distintivo.
Mi sembra, pertanto, che pur di fronte ad una formulazione involuta e
falsamente esoterica, rispetto alla situazione attuale non cambi proprio
nulla.
La materia dei nomi a dominio, inoltre, si presenta come fortemente
caratterizzata dalle implicazioni tecnico-informatiche e legata
indissolubilmente allo sviluppo della tecnologia delle reti ed ai protocolli
di trasmissione dei dati tra elaboratori. Tanto che il nome a dominio, nel
prismatico mondo delle telecomunicazioni, può ragionevolmente essere
considerato come una «risorsa di numerazione atipica» che consente il
collegamento tra due macchine [come sostiene P. Menchetti, Allocazione di
domain name, antitrust ed autorità di regolazione: un approccio
tradizionale, in AA.VV., Informatica giuridica, a cura di G. Rognetta,
Napoli, 2001, p. 289]. E tale qualificazione sembra trovare conferma
nell'art. 15 del recente Codice delle comunicazioni elettroniche (D. Lgs.
259/2003).
Giova perciò sottolineare come il legislatore - per la parte in cui si
propone di definire il nome a dominio e di individuare l'oggetto della
registrazione - abbia negletto la nota massima secondo la quale omnis
definitio periculosa in iure civili, incorrendo in errori marchiani, che
rendono l'art. 118 un luminoso esempio di superfetazione legislativa.
Da una parte, infatti, viene dettata una disciplina in materia
sostanzialmente sottratta alla disponibilità del legislatore nazionale -
giacché la definizione del nome a dominio può, al più, costituire oggetto di
disputa scientifica tra gli informatici, i quali tendono ad elaborare
continuamente nuovi (e, si spera, migliori) protocolli per la trasmissione e
la condivisione di dati e documenti nella rete e per l'individuazione
univoca delle macchine che ne formano il tessuto connettivo. Sicché quel che
oggi può costituire una valida definizione, domani sarà inesorabilmente
superato dall'evoluzione tecnologica. E in quest'ottica all'art. 118 cod.
prop. ind. non può che essere diagnosticata un'esistenza breve.
D'altra parte, poi, lo stesso articolo si propone come una norma
tecnicamente sbagliata anche laddove individua l'oggetto della
registrazione. Giova, infatti, sottolineare che l'equivalenza posta
apoditticamente dal legislatore tra nome a dominio ed «ogni designazione
alfanumerica» è solennemente smentita dai limiti stessi dei protocolli
tecnici sui quali è fondato il funzionamento del web. È ampiamente noto
(anche se evidentemente non abbastanza noto, da evitare svarioni
legislativi) che ci sono limiti legati proprio ai protocolli, in virtù dei
quali non è attualmente possibile avere nomi a dominio costituiti da
stringhe alfanumeriche composte da più di un certo numero di caratteri; così
come è noto che non tutti i segni linguistici possono costituire parte di un
nome a dominio, basti pensare alle vocali accentate o ai segni di
interpunzione.

3. Questioni di legittimità costituzionale per violazione della legge
delega. - Pur volendo prescindere dalle suesposte considerazioni, non può
mancarsi di rilevare - come, del resto, è stato già autorevolmente osservato
dal Gruppo Italiano dell'AIPPI, nella propria lettera del 25 novembre 2003
inviata al Ministro Marzano (disponibile in http://www.aippi.it) - che l'
intero corpus dedicato ai nomi a dominio soggiace al sospetto di
incostituzionalità.
 A mio modesto avviso, più di un profilo della disciplina dei nomi a dominio
si segnala (come si dirà in seguito) per la scarsa attenzione ai principi
costituzionali. Ma, già in prima battuta, non può tacersi che quanto la
disciplina dettata agli artt. 118 e ss. è stata adottata dall'Esecutivo in
totale assenza di delega delle Camere e, come tale, confligge insanabilmente
con l'art. 76 della Cost.
 Non è questa la sede per ripercorrere, neppure per sommi capi, la fin
troppo noto vicenda della nascita della rete Internet, sotto l'impulso ed il
controllo del governo degli U.S.A.; del successivo sviluppo del world wide
web e dei protocolli di raggiungimento e visualizzazione delle "pagine" di
cui esso si compone; della recente operazione di abdicazione del governo
degli U.S.A. a favore di un ente privato (ICANN) nella Internet governance.
Ma tale vicenda [per la particolareggiata descrizione della quale si rinvia
a CALVO, CIOTTI, RONCAGLIA, ZELA, Internet 2000, Roma-Bari, 1999, pp. 411 e
ss.] è fortemente rappresentativa di una tendenza in atto in tutti i paesi
occidentali, che l'Italia, con il testo in esame, dimostra di voler
ignorare.
In Europa, infatti, i paesi che hanno conosciuto il maggiore sviluppo nell'
assegnazione dei nomi a dominio nell'ambito del proprio "codice paese" sono
il Regno Unito e la Germania. Nel Regno Unito l'assegnazione dei nomi a
dominio e la gestione del relativo registro sono attività compiute da
NOMINET, una private not-for-profit company: Società privata non lucrativa,
dunque, e, soprattutto, non governativa, della quale chiunque può diventare
membro pagando una quota di iscrizione. Analogamente, in Germania, dove alle
operazioni di assegnazione dei nomi a dominio e di gestione del registro
sovrintende DENIC, una cooperativa privata, senza scopo di lucro, alla quale
può partecipare chiunque amministri domini internet nell'ambito del TLDcc
.de.
La Francia ha un regime di Internet governance particolare, gestito da un'
associazione privata, AFNIC, originariamente costituita dallo Stato e dall'
Institut National de Recherche en Informatique et en Automatique (INRIA),
alla quale possono partecipare come membri i provider/maintainer, gli utenti
dell'internet e gli enti e le organizzazioni internazionali interessate. Il
consiglio di amministrazione di AFNIC è composto di dieci membri: 2 espressi
dall'INRIA, 3 dal governo, 2 dai provider, 2 dagli utenti ed 1 dagli altri
enti ed organizzazioni. Anche in questo caso, pertanto, la governance di
Internet vede un'ampia partecipazione del mondo della ricerca, dell'impresa
e dell'utenza, che può ben considerarsi complessivamente maggioritaria,
rispetto a quella degli organi governativi.
Anche in Belgio la gestione del registro dei nomi a dominio è nelle mani di
un'associazione privata, denominata DNS Belgique, costituita nel 1999 da
Internet Service Providers' Association Belgium (ISPA), Fabrimetal (una
confederazione industriale) e Belgian Telecomunications Users Group
(associazione di professionisti delle telecomunicazioni). All'associazione
possono partecipare - sia in qualità di membri effettivi sia di membri
associati [la differenza sta nel potere dei primi di candidare una o più
persone come consiglieri di amministrazione dinanzi all'assemblea
generale] - tutte le persone fisiche o giuridiche, gli enti morali e le
istituzioni che dimostrino interesse per la gestione di Internet.
In Olanda, dal 1996 la gestione del registro dei nomi a dominio è affidata a
SIDN, una fondazione di diritto privato - rispetto alla quale le strutture
governative sono sempre restate estranee, benché dal 2000 la gestione
avvenga sotto il controllo del ministro delle comunicazioni - con una
struttura ibrida, giacché al consiglio di amministrazione si affianca il
consiglio dei partecipanti, funzionalmente identificabile con l'assemblea di
un'associazione. Infatti ogni decisione rilevante del consiglio di
amministrazione deve essere preceduta dalla consultazione dell'organo
assembleare, del quale possono far parte tutte le persone fisiche o
giuridiche che ne facciano richiesta, previo versamento di una quota d'
iscrizione.
E, del resto, la gestione privata del registro dei nomi a dominio, appare
essere una conseguenza del tutto in linea con il meccanismo della
delegazione di ICANN, fondata su accordi di natura essenzialmente
privatistica.
 Pertanto, a mio sommesso parere, la disciplina interna dei nomi a dominio
posta di bel nuovo dal codice non rispetterebbe la legge delega, proprio
laddove quest'ultima richiede l'«adeguamento della normativa alla disciplina
internazionale» (lett. b dell'art. 15, comma 1, l. 273/2002). Se è, infatti,
innegabile che non esiste alcuna disciplina internazionale tradizionale -
riconducibile cioè al diritto dei trattati internazionali - sembra
altrettanto fuor di dubbio che la disciplina internazionale dei nomi a
dominio è costituita dal reticolo degli accordi privati che sovrintendono
all'Internet governance.
 Anche sotto tale profilo, dunque, gli artt. 118 e ss. del codice
violerebbero la delega delle Camere e, dunque, potrebbero essere giudicati
costituzionalmente illegittimi per violazione dell'art. 76 Cost.

4. Legittimazione alla registrazione dei nomi a dominio. -  Il legislatore,
laddove individua la situazione legittimante (titolarità della designazione
alfanumerica), raggiunge forse uno scopo opposto rispetto a quello
probabilmente perseguito, legittimando la registrazione di qualsiasi parola
o numero.
Infine, per la parte nella quale individua i possibili legittimati a
richiedere la registrazione, benché la formulazione non appaia
particolarmente felice laddove fa riferimento agli altri soggetti di
diritto - visto che gli enti non riconosciuti (associazioni e comitati) non
hanno soggettività giuridica - ritengo che il problema possa essere
pianamente superato in via interpretativa, consentendo ad ogni soggetto del
mercato giuridico la registrazione del proprio nome a dominio.
Al contrario, forse inconsapevolmente, il redattore della bozza ha allargato
la legittimazione ad ottenere la registrazione ad ogni soggetto, anche
extracomunitario. Cadrebbe, pertanto, il limite oggi esistente.
Non ritengo possibile, infatti, reintrodurre il limite per mezzo del
regolamento da redigere da parte della Commissione Nazionale, in quanto essa
opera come autorità amministrativa e non come ente di diritto privato,
sicché - a differenza di quanto è accaduto sino ad ora per la RA e la NA -
nella sua opera di normazione secondaria essa è strettamente vincolata al
principio di legalità ed al rispetto della costituzione. E lo stesso codice,
all'art. 3, dispone che «ai cittadini di ciascuno Stato facente parte della
Convenzione di Parigi per la Protezione della Proprietà Industriale ovvero
della Organizzazione Mondiale del Commercio, ed ai cittadini di Stati non
facenti parte delle suddette Convenzioni, ma che siano domiciliati o abbiano
uno stabilimento industriale o commerciale serio ed effettivo sul territorio
di uno Stato facente parte della Convenzione di Parigi per la Protezione
della Proprietà Industriale, è accordato, per le materie di cui al presente
Codice, lo stesso trattamento accordato ai cittadini italiani». Viceversa,
«ai cittadini di Stati non facenti parte né della Convenzione di Parigi per
la Protezione della Proprietà Industriale, né della Organizzazione Mondiale
del Commercio (...) è accordato, per le materie di cui al presente Codice,
il trattamento accordato ai cittadini italiani, se lo Stato al quale il
cittadino appartiene accorda ai cittadini italiani reciprocità di
trattamento».
Pertanto, una limitazione del potere di registrare un nome a dominio sotto
il TLDcc it, in presenza di una norma primaria di senso opposto, sarebbe del
tutto arbitraria, se introdotta con regolamento amministrativo.
Se ciò accadesse, lo straniero che si vedesse rifiutare la registrazione
potrebbe ricorrere al TAR, il quale - rilevata la contrarietà alla legge del
regolamento - potrebbe annullarlo (se direttamente impugnato insieme
all'atto di diniego della registrazione), ovvero disapplicarlo (se non
direttamente impugnato).
Un ulteriore ampliamento mi pare possa ravvisarsi in ordine alla possibilità
di registrare più di un nome a dominio per le persone fisiche che non
esercitino arti, professioni od imprese (cioè non titolari di partita
I.V.A.). Da una parte, infatti, la legge delegata nulla dispone in merito;
dall'altra, pare voler incentivare al massimo la registrazione del maggior
numero di nomi a dominio. Sicché l'eventuale introduzione da parte della
Commissione nazionale per l'accesso ad Internet di una limitazione analoga a
quella oggi in vigore risulterebbe non conforme allo spirito della legge
(cfr. art. 119, ult. comma).

5. Oggetto della registrazione. Impedimenti alla registrazione (ed al
mantenimento) del nome a dominio. - Come già si è detto, stando all'art. 118
cod. prop. ind., sarebbe possibile registrare - prescindendo dall'esame
della titolarità o della legittimità dell'uso - «ogni designazione
alfanumerica». E si è altresì detto che tale dizione non è esatta, per la
ricorrenza di alcuni limiti tecnici del DNS.
 Occorre ora aggiungere che il catalogo dei potenziali nomi a dominio viene
ulteriormente ristretto dalla presenza dei nomi a dominio riservati,
individuati specificamente dalla Commissione nazionale per l'accesso a
Internet, ex art. 123, comma 1, lett. a), cod. prop. ind. Tra tali nomi
riservati debbono necessariamente essere inclusi, in virtù di quanto
disposto dall'art. 120, comma 2, cod. prop. ind., «i nomi corrispondenti
alla identificazione dell'Italia; i nomi delle regioni e province italiane e
le loro sigle; i nomi dei comuni italiani, esclusivamente se posti
immediatamente al di sotto del nome o sigla della provincia di appartenenza;
i nomi che identificano istituzioni dello Stato, loro organi, enti pubblici,
Corpi civili e militari dello Stato e ogni altro organismo che svolga una
pubblica funzione; i nomi che designano i beni del patrimonio artistico,
culturale ed archeologico ai sensi della legge nonché dei parchi naturali e
siti paesaggistici riconosciuti dalla legge e delle istituzioni e degli enti
preposti alla loro tutela». Approssimativamente, l'elenco dei nomi riservati
ex lege corrisponde a quelli individuati attualmente dalle regole di naming
trai nomi riservati.
 A ben vedere il nome riservato non è altro che una denominazione di
esclusiva pertinenza del soggetto (pubblico o privato) con la stessa
individuato, civilisticamente indistinguibile dal nome e come tale tutelata
(ex art. 6 cod. civ.).
Viceversa, nel sistema disegnato dall'art. 120 cod. prop. ind., deve
distinguersi tra nomi propri ed altri analoghi segni distintivi (ditta,
insegna e marchio) e nomi riservati, giacché solo per questi ultimi opera l'
impedimento alla registrazione. In altre parole, se taluno diverso dal
titolare chiederà la registrazione di un nome riservato il Registro dovrà
rifiutare la registrazione; viceversa, se taluno diverso dal titolare (né da
questi autorizzato in alcun modo) chiederà la registrazione di un marchio da
altri registrato o di un nome proprio altrui, il Registro dovrà provvedere
alla registrazione del nome in capo al richiedente, salvo il diritto del
titolare di promuovere la procedura di opposizione.
Ciò emerge chiaramente dalla contrapposizione tra il comma 2 ed il comma 3
dell'art. 120 cod. prop. ind.

6. Il diritto sul nome a dominio: contenuto e vicende
costitutivo-estintive. - A seguito della registrazione, colui a favore del
quale essa è stata eseguita acquista il diritto all'uso del nome a dominio.
 I confini di tale diritto di uso, per la verità, sono piuttosto
evanescenti, visto che non si rinviene alcuna norma che indichi quale sia il
suo contenuto. Appare, perciò, opportuno esaminare se sia possibile
individuare con maggior precisione tali confini, attraverso una lettura
sistematica dei dati forniti dal legislatore.
 Sul punto, non secondario è il ruolo rivestito dagli articoli del primo
libro del cod. prop. ind., laddove, ad esempio, si assimilano i nomi a
dominio agli altri segni distintivi (ditta, insegna, ragione sociale, ecc.:
cfr. art. 1, comma 1, cod. prop. ind.), ovvero laddove si prevede l'
applicazione della disciplina della comunione (artt. 1100 e ss. cod. civ.)
ai casi di contitolarità del nome a dominio.
 In quest'ottica, infatti, tutto sembra deporre a favore di un inquadramento
sistematico dei diritti di proprietà industriale - e, tra di essi, del
diritto all'uso del nome a dominio - tra i diritti assoluti. In altre
parole, seguendo una consolidata tradizione di pensiero, il titolare del
diritto ha il potere di godere e di disporre del bene oggetto di diritto in
modo pieno ed esclusivo, analogamente a quanto può fare il proprietario di
una cosa. Proprio per questo si parla di proprietà industriale, benché l'
aggettivo "industriale" marchi una differenza essenziale e, direi,
ontologica: l'oggetto del diritto non è mai costituito da una cosa, ma
sempre da un bene immateriale. Nel caso del dominio, infatti, è un nome
(rectius: un indirizzo) senza alcuna consistenza materiale. Ciò ne rende
impossibile il possesso e, per ciò stesso, l'acquisto per usucapione.
 E, del resto, non si vede come possa essere ipotizzabile una situazione
possessoria per i nomi a dominio, atteso che il primo comma dell'art. 119,
prevede un sistema di registrazione costitutiva: il diritto all'uso di un
nome a dominio nasce soltanto a seguito dell'inserimento della designazione
alfanumerica scelta dal richiedente (ed a suo esclusivo favore) nel registro
dei nomi a dominio.
Ciò, però, non risolve un ulteriore problema: quello del non uso. Il
proprietario non perde il proprio diritto per il semplice non uso, in quanto
il non uso del bene rientra nel novero dei suoi poteri dominicali. Al
contrario, il titolare, ad esempio, di un marchio, decorso un certo periodo
di tempo senza che il segno distintivo sia utilizzato, perde il diritto per
effetto di decadenza.
La questione del non uso, in relazione al nome a dominio, non è di poco
momento, atteso che i nomi sono risorse limitate che, in ogni caso,
implicano l'esclusione dal godimento di ogni altro soggetto che non sia l'
assegnatario e che  l'attività di mantenimento nel registro dei nomi a
dominio impone ad altri il compimento di attività. Apparirebbe, pertanto, gi
usto che in caso di prolungato non uso del nome a dominio acquistato per
effetto della registrazione, il titolare possa andare incontro a decadenza,
in modo che la risorsa occupata sia reimmesa sul mercato.
Attualmente questa esigenza è assicurata dall'art. 11.2 delle regole di
naming, con il quale si dispone che il nome a dominio è revocato d'ufficio
in caso di «non "visibilità/raggiungibilità", per più di 3 mesi, degli
oggetti appartenenti al dominio assegnato (o mancato funzionamento dei
nameserver autoritativi riportati nel modulo tecnico presente nello RNA o
loro errata configurazione in accordo a quanto specificato nell'art. 1.4
delle procedure tecniche di registrazione o irraggiungibilità dell'indirizzo
di posta elettronica postmaster@<dominio registrato>.it)».
 Ma, a partire dall'entrata in vigore del cod. prop. ind., le regole di
dettaglio per l'acquisto della titolarità del nome a dominio saranno rimesse
alla determinazione della Commissione nazionale per l'accesso a Internet ed
alle altre reti telematiche, ad instar di quel che avviene oggi ad opera del
Comitato esecutivo della Naming Authority.
Ma proprio qui, a mio avviso, potrebbe annidarsi un problema di legittimità
costituzionale della disciplina, giacché, infatti, il salto tra il sistema
attualmente in vigore e quello disegnato dal codice è immenso: si passa da
una disciplina dei nomi a dominio integralmente rimessa all'autonomia
negoziale dei privati (quali sono la Registration authority, la Naming
Authority, i maintainers ed i richiedenti la registrazione del dominio), ad
una disciplina dei nomi a dominio posta sotto l'egida della legge (e dunque
al controllo pubblico).
Ora, laddove si voglia - come sembra che il codice faccia - catalogare il
nome a dominio come segno distintivo su cui il titolare della registrazione
esercita (rectius: può esercitare) un diritto di proprietà industriale,
dovranno farsi i conti con il dettato costituzionale in tema di libertà di
impresa e di garanzia della proprietà, ed in particolare con due
regole-chiave:
1. «L'iniziativa economica privata è libera» (art. 41, comma 1, Cost.);
2. «La proprietà privata è riconosciuta e garantita dalla legge, che ne
determina i modi di acquisto, di godimento e i limiti allo scopo di
assicurarne la funzione sociale e di renderla accessibile a tutti» (art. 42,
comma 2, Cost.).
L'aver delegato alla Commissione nazionale per l'accesso ad Internet la
disciplina di dettaglio dell'acquisto del diritto sul nome a dominio, senza
averne in alcun modo predeterminato i modi di acquisto, di godimento e i
limiti di utilizzazione, può costituire un vulnus sia alla libertà dell'
iniziativa economica privata (rimessa alle decisioni di un organo non
rappresentativo e senza potestà normativa primaria, quale la citata
commissione), sia la garanzia al diritto di proprietà industriale. Tanto più
che in direzione diametralmente opposta si muove lo stesso codice con
riguardo agli altri diritti di proprietà industriale - il cui acquisto è
legato indissolubilmente ad una registrazione -, vista la dettagliata
disciplina che viene dettata dal quarto libro in tema di requisiti ed
effetti delle domande di registrazione (artt. 152 e ss.), di conflitto tra
diversi richiedenti (art. 174), di poteri della pubblica amministrazione
depositaria del registro (l'Ufficio italiano brevetti e marchi) (artt. 175 e
ss.), di pubblicità (artt. 190 e ss.) e di termini di scadenza (artt. 196 e
ss.).
L'aver lasciato del tutto indeterminati analoghi aspetti per la
registrazione dei nomi a dominio, a mio modestissimo avviso, apre un
pericoloso varco ad abusi ed arbitri da parte della pubblica amministrazione
competente (che in sede di prima applicazione del codice sarà ancora l'
Istituto di Informatica e Telematica del CNR, e successivamente - salvo
conferma dell'IIT -  l'Autorità che sarà delegata dalla Commissione
nazionale, a norma dell'art. 123).
Infine deve essere sottolineata la mancanza di qualsivoglia riferimento al
regime del Registro dei nomi a dominio.



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